domenica 30 aprile 2017

La testa, le gambe, il cuore

"2017! Perché parlarne adesso? Nel 2017 avremo, che so, 50 anni!"

Dal sedile del passeggero dell'auto di mia madre, Claudio mi guarda sconvolto. "Ilà, il 2017 è tra meno di 10 anni".

Non ho nessun motivo per ricordare questo dialogo, finito in una risata collettiva e isterica, in coda sull'Appia, io alla guida, ognuno una sigaretta in mano e dall'autoradio, come in tutto quel periodo, il testo brutto di "sono un pianista di piano bar...". Eppure ce l'ho in mente oggi, che stando  alla mia notoria inettitudine matematica dovrei avere, che so, cinquant'anni. E mi viene da ridere al pensiero di come ho sempre contato il tempo in base a una misura fantasiosa della distanza, completamente scollata da ogni ordine numerico e sempre invece riferita a quanto mi sembri intuitivamente esotico e inimmaginabile ciò che è in là da venire, remoto invece quanto è già stato. Forse conto il tempo con le categorie dei bambini, con il tanto e il poco, il grande e il piccolo. Chissa se anche i bambini, come me, dimenticano di pensare che esiste un presente.

Allora tra un'ora sono grande, secondo questo mio modo di vedere la vita. Tra un'ora ho ventisette anni e mi scrivo una lettera da sola. Se non mi fosse rimasta un po' di autoironia mi verrebbe naturale compatirmi. E magari sarebbe il caso di farlo sul serio, se immagino Luca e Vito imbellettati al Gran Ballo di non so cosa del Boston College e me qui a casa, che pretendo di studiare Econometria, al termine di una giornata indolente o più sinceramente triste come poche, posacenere d'ordinanza e noodles fritti portati a domicilio. Le dieci di sera e tutto procede con il programmato livello di noia e masochismo. 

A suo modo, l'immagine dei noodles fritti è evocativa. Per anni, imbattendomi nei più vari film americani, mi sono chiesta per quale assurdo motivo i personaggi girassero spesso con dei thermos e mangiassero cibo cinese da scatolette di cartone, in stanze da letto probabilmente appestate da aromi potenti, per quanto buoni, di cipolle e salsa di soia. Oggi ho capito che quello che mi sembrava uno stereotipo irreale è proprio vero: l'America è un posto senza tempo, o dove questo si misura in termini di efficienza, di produttività. E io, che ho girato per mesi col mio thermos di caffè, prima di sfracellarlo al suolo e sostituirlo con una più normale tazza, e che ho mangiato spaghetti fritti in camera mia da una scatola di cartone, studiando cose e pensando che avrei solo voluto scrivere, ecco io sono diventata lo stereotipo che mi faceva ridere da un lato, dall'altro mi inquetava profondamente. 

Il tempo mi manca. E mentre scrivo penso che proprio a sinistra di ciò che sto scrivendo campeggia questa specie di dichiarazione di intenti, o di testamento emotivo, di Miriam Mafai. "Corri bambina, corri, tu che hai buona la testa, le gambe e il cuore". Per tanto tempo e in tutte le stanze di tutte le case che ho abitato, ho portato con me il foglio dove avevo trascritto questo pezzo bellissimo, e tante volte ho attaccato lo scotch dietro la carta sempre più invecchiata, e dallo scotch al muro sulla scrivania o sul comodino, e dal muro ai miei occhi, spesso, quelle parole, quell'invocazione o quell'augurio: corri bambina, corri... Parole lette tanto di frequente da diventare un mantra, che so a memoria ma che oggi mi lascia perplessa. Contrariamente alla favola progressista delle ambizioni e dei sogni e della possibilità reale che si avverino orizzonti idealizzati, oggi vorrei puntare i piedi, immobilizzarmi, avere qualche minuto solo per domandarmi: dove stai andando, bambina, e perché? 

Sono contenta, ma sono anche stanca, sono anche tesa, nostalgica e altalenante. Penso a quante cose ho già fatto da quando sono qui, in questo Paese coi tram troppo lenti e i maratoneti troppo veloci, ed è difficile realizzare di non aver concluso proprio niente, ancora. Non dicono a caso che il dottorato è come una maratona, che bisogna davvero imparare a dosare il respiro, per non cadere a un passo da ognuna delle tante piccole mete che raggiungi più o meno dignitosamente a scadenze costanti e a frequenza media. Ma dosare il respiro richiede un grande autocontrollo, una straordinaria fiducia in se stessi, un certo menefreghismo e una buona dose di pragmatismo, nonché parecchia stabilità emotiva. Di tutte queste caratteristiche non credo di averne alcuna che sia sviluppata anche lontanamente rispetto al livello che sarebbe importante che io avessi oggi, qui. Poco male, insomma, provo a gestirmi con tutto il disordine della mia ansia e il turbinio dei miei pensieri, che mi riportano dal generalized method of moments direttamente alla faccia di Claudio a diciott'anni, dentro la mia macchina, e all'eco delle nostre risate. 

Così decido di fermarmi davvero, seguendo il consiglio che mi è stato dato più spesso, in varie forme, nella mia vita, in definitiva sommamente riassunto dal grande motto di mio padre: prima la salute. Mi fermo e scrivo, e penso alle banalità. Penso che strano avere avuto diciott'anni proprio ieri, e ventidue per un attimo e all'improvviso ventisette. Penso a quella pagina terribile di Julian Barnes, sulla vita idealizzata nelle speranze adolescenziali e gradualmente trasformatasi in una vita tra tante vite tutte molto uguali. Penso all'eroismo a cui ho sempre aspirato e che per troppa paura non ho mai avuto, e a tutte le persone a cui l'ho forse invidiato. Penso a Giulia che sa guardare il suo destino dritto in faccia, ad Armanda che è capace di adattare il tempo alla sua volontà, a Nicoletta che invece nel tempo si incastra e senza mai scomporsi si fa piccola per districarsi tra le reti di mille impegni. Penso ad Alice che ha il coraggio di cambiare tutto, e a Francesca che ha la maturità di sapere perfettamente cosa può cambiare e quando. Penso a Tiziana che al tempo non ci pensa, che il tempo lo vive, con i piedi per terra. Penso allo stoicismo infinito di Berk. E poi penso a me che scrivo e non mi voglio compiangere perché, da una citazione magistrale di mia madre "non è che stai davanti agli altiforni". E proprio mentre ripenso a questa frase mi domando perché nella mia famiglia, saldamente impiantata in una zona del mondo dove il novanta percento della popolazione è impiegata nel settore pubblico e il restante dieci percento ha probabilmente un bar o un negozio di scarpe, sia sempre aleggiato questo mito proletario da grande balzo in avanti.

Mia madre, mio padre, penso a loro più spesso da quando sono all'America. A volte mi vengono in mente delle foto, o dei pezzi di lessico famigliare. Nell'ultimo periodo mi trovo a ripetermi spesso, con le parole di mia madre, che dovrei smetterla di fare il rabdomante di sentimenti, che poi è il volto socialmente accettabile o appena appena colto della figura legendaria del Tafazzi cosmico; altre volte, prevedendo l'arrivo di uno dei miei classici borbottii emotivi, mi dico, con mio padre, che non devi correre il rischio di crogiolarti

Non li sto vedendo invecchiare, frase che farebbe accapponare la pelle a entrambi, con le dovute distanze e differenze. E certe volte mi chiedo se tutta questa lontananza valga proprio la pena, se tutto questo tempo di corsa sopra la vita sia poi usato bene. E certe volte non ho una risposta, certe volte mi dico che non è vero quello che dice Miriam Mafai, mi dico che è giusta la nostalgia del tempo della lentezza e della protezione e che è ingiusta la Storia a non permettere questa lentezza, o a renderla possibile al prezzo della rinuncia a qualche desiderio o qualche ambizione. 

Ma un attimo dopo mi viene in mente che stare qui a biasimare la Storia ha un ché di parecchio immaturo, che alla fine dei conti tutta questa lagna piccolo-borghese magari nasconde un atto di vanità più che un tentativo di fare chiarezza su di me, che forse ha ragione chi con una certa durezza di spirito mi ripete costantemente che la mancanza di tempo is your choice

In fondo non ricordo che esame stessi preparando la sera che Hollande vinse le elezioni cinque anni fa, ma ricordo nitidamente me e Giulia abbandonare i libri nel mio salotto di sei metri quadri, prendere in corsa un treno della ligne quatre, cambiare a un certo punto, ritrovarci à Bastille, incontrare nella massa il classico vecchio compagno francese che mi regala la bandiera del Front de Gauche, ricordo perfettamente tutte le assurde comiche di quella sera di festa. Il commento politico su Hollande me lo risparmio, non è questo il punto. 

Il punto è la vita che passa nel frattempo, che vorrei essere capace di vivere standoci dentro e non guardandola da fuori, il punto è l'orchidea che ho chiamato Stoner in onore del meno eroico degli eroi di tutti i libri del mondo, mio paladino personale e meraviglioso, povero ma giusto uomo immaginario. Il punto è che per quanto maldestramente Luca possa aver spezzato l'unico ramo fiorito di Stoner nel tentativo di passare l'aspirapolvere, nel giro di due mesi lei si è fatta crescere due nuovi rami, su cui ora sbocciano fiori di nuovo all'improvviso. E al di là del fatto che la metafora del fiore è più usurata dell'associazione gabbiano-libertà nelle vecchie canzoni pop italiane, il punto sono io che torno a casa e guardo Stoner, controllo che abbia la luce adatta, la faccio crescere come posso e un po' ammiro questa piccola cosa fragile e immobile, ma pure viva e potentissima.

Il punto è che ho ventisette anni e certe volte me ne sento duecento, come i vecchi che si lamentano di ogni cosa perché non riescono più a capirla, e certe volte me ne sento ancora dieci, come gli anni che avevo quando mio padre mi disse che forse è in te uno spirito cristiano, forse somigli di più a Caterina da Siena che a Dolores Ibarruri. Rido da sola come una scema, pensando a questa scena vera e insensata e alla serietà con cui ascoltavo le parole di mio padre associandole per assunto al Vero, e alla serietà con cui lui mi spiegava il suo punto, convinto che io potessi capirlo perfettamente. 

Allora credo che mi serva quella fiducia di nuovo, la fiducia immacolata dei miei dieci anni, l'idealismo assoluto dei miei diciassette, lo stakanovismo dei miei venti, il coraggio dei miei ventidue, l'allegria e insieme la forza che avevo un anno fa. E mi auguro da sola di trovare tutto questo di nuovo, di riunirmi con tutte le persone che sono e che sono stata, che oggi mi fanno un'infinita tenerezza, che vorrei incontrare con la consapevolezza di adesso solo per dire loro di non preoccuparsi troppo perché, che corrano o no, hanno buone la testa, le gambe, il cuore.


domenica 7 agosto 2016

C'era una volta in America

Passate le mie prime ventiquattro ore a Boston, mi arrogo il diritto di fare una di quelle cose per cui vado pazza: il bilancio.

Avrei voluto farlo prima di partire, in realtà. Avrei voluto scrivere a molte persone moltissime cose e trovare il tempo per pensare regali più belli, poi prendermi un altro tempo per razionalizzare la partenza da Bologna, scattare magari una foto a Piazza Maggiore, con la luce caldissima e netta che c'era l'ultima volta in cui l'ho vista prima di andar via, e tatuarmi addosso l'atmosfera vitale e la mania che tutto sia collettivo, che nonostante le ingiurie del tempo e di una certa politica la città conserva ancora.

Avrei anche voluto parlare di Formia, di come mi sembra di essermi ripresa il mio rapporto con la città, recuperando tracce di passato e riscoprendo l'allegria che si prova nel ridere di quegli aspetti caratteristici del posto in cui si è nati che forse ci si è lasciati alle spalle, ma che in fin dei conti ci appartengono profondamente. Oggi che non scappo da nessuna parte, oggi che vado verso e non via da, mi sento come ricongiunta con me, con il mare guardato sempre in faccia e con i lavori pubblici, con il traffico infernale dell'Appia e con lo spettacolo dell'Ariana e con le birre bevute nei posti conosciuti da sempre. 

E con tutti questi condizionali passati alla fine non ho scritto niente, forse i pensieri erano troppi e confusi e mischiati in un sacco di anni e in uno in particolare, questo, densissimo e irriducibile. Non ho scritto niente e ho portato via poco, peraltro pentendomi di non essermi portata dietro più romanzi dei tanti che già a forza ho infilato in valigie troppo pesanti. Guardando la mia libreria, mi ritrovavo a fissare, nei giorni dei preparativi selvaggi, Un'Isola, L'Isola riflessa e L'Isola di Arturo. Li ho mollati dov'erano, colpevoli di essere stati già letti e forse pensando che fosse un cliché troppo usurato, quello della persona che parte e senza un minimo di modestia si immedesima in tutti gli Ulisse del mondo e della Storia, e in infiniti nomadi, viandanti e marinai. Ma io, che come dice qualcuno sono nata col mare in faccia, nuoto con pessimo stile e metto nelle valigie i fiori finti e i biglietti che altri hanno scritto per me e un sacco di scarpe inadatte ai percorsi lunghi. E ho un padre che pedissequamente mi accompagna ai check-in degli aeroporti e che, con un oceano in meno da attraversare e forse con in meno anche qualche anno, ci scommetto che mi avrebbe proposto di trasferirmi a Boston facendo il trasloco in auto, come in effetti accadde quando per un po' di mesi andai a vivere a Parigi. Per cui non sono nomade né viandante né marinaio, con buona pace delle etichette romantiche che tanto mi piacciono; sono come i tanti che per i motivi più vari ogni tanto cambiano il posto in cui vivono, e fine della storia. 

Capita così che, in questa specie di normalizzazione forzata della partenza, fatta di pochi saluti rituali sulle porte o alle portiere, e di un sacco di ingiustamente rapidi ciao dispensati nei parcheggi o alle fermate degli autobus, davanti a un tabacchi, in un ufficio postale, o in una coda ai controlli dell'aeroporto di Fiumicino, la realizzazione della portata dell'evento ti cade in testa nei modi più strani. Nel mio caso, confesso, il colpo di grazia me l'ha dato ascoltare Calcutta che canta che presterà i suoi soldi a qualcuno per andarlo a trovare. Per quanto mi faccia uno strano effetto piangere per una canzone che in un verso recita "vestiti da Sandra che io faccio il tuo Raimondo", la storia dei soldi rende conto della distanza, e dunque fa breccia. Uno realizza quanto è lontano quando si accorge di stare in un posto in cui non atterra Ryanair, dove la valenza della Carta di Identità Italiana è drammaticamente prossima allo zero e in cui, alla frontiera, dimostrare di essere una persona a modo non è per niente una formalità. Così, con tutti i politically-correttissimi distinguo, pensando a quanta gente vorrei prestare dei soldi per venirmi a trovare, quando in preda al jet-leg ieri mattina (come anche oggi) mi sono alzata alle quattro e, non riuscendo ad addormentarmi, sono andata in balcone a fumare, mi sono sentita un po' esule. 

Per evitare di crogiolarmi nella strana stanchezza del volo e in innumerevoli malinconie, ho allora messo in atto le mie solite strategie di sopravvivenza: togliere i libri dalla valigia, posizionarli su un comodino di fortuna. In pratica ricostruirmi il nido. E poi sono andata a cercare un posto in cui consumare Il Sacro Pasto, ovvero la colazione. A quel punto, bevendo un cappuccino che poteva essere considerato "regular" solo con le categorie dimensionali di un vatusso e mangiando con una certa goduria un pain au chocolat altrettanto gigante e probabilmente fatto di solo burro, è finalmente iniziata la mia prima giornata bostoniana. Ne ho ricavato una serie di considerazioni che elencherò qui. 

1- Ad una prima impressione, questi americani sono gente simpatica. Mi chiedo se non siano consapevoli di quanto ti fanno penare per toccare il loro stesso suolo, da muoversi a pietà una volta che ce l'hai fatta. Comunque... abituata a tante inutili spocchie nazionaliste, regionaliste e comunali, tipiche di ogni pertugio d'Europa, mi sono ritrovata per mezza mattina ad aggirarmi nei posti parlando come se dovessi scusarmi di esistere. Senza senso ho ricavato sinceri complimenti dal barista di turno per la fattura del mio zaino di pelle; vive scuse se mi chiedeva di ripetere ciò che avevo detto da un pover'uomo a cui avevo chiesto, senza farmi capire, indicazioni stradali; risposte casuali a domande che non avevo posto, forse date in un tentativo estremo di non farmi pesare il fatto che devo migliorare il mio Inglese; parecchi "how are you doing today"e welcome to the United States, in Town, in the Neighborhood, a seconda della situazione; in generale, direbbe Nicoletta, sorrisoni.

2- La questione del rapporto di questo Paese con il fumo è dirimente, ma in fondo fino a un certo punto. Posto che ogni casa è dotata di rilevatori anti-incendio e che è strictly forbidden fumare nei parchi pubblici, per il resto fumare si può. La condizione per farlo è essere disposti a tollerare il biasimo, anche abbastanza civile e silenzioso, delle persone che per strada ti lanciano occhiate piene di giudizio e di voglia di redimerti dal tuo orrido vizio. Ci sono poi alcune zone franche: agglomerati di panchine su marciapiedi larghissimi, dove ogni tanto qualche poverello come me si siede e fuma, conscio di poterlo fare per via del segnale chiaro dato dalle cicche di sigaretta già in terra. Nel resto della città le cicche non esistono. Ad ogni modo, io le mie cicche le buttavo nel pacchetto vuoto di filtri rizla che mi sono portata con tanto zelo appresso per tutto il giorno, e che mi ha appestato lo zaino di pelle suddetto.

3- Ed eccoci alla seconda zona franca. Il North End, in quanto (gigantesco) quartiere italiano, è una specie di isola felice in cui chiunque fuma ovunque con buona pace dei passanti puritani, si paga solo in contanti e si festeggiano le feste dei santi. Ieri c'era tutta una fiera di Sant'Agrippina, con tanto di bancarelle di fried calamari, luminarie su Hanover Street e palco per il cantante neomelodico-americano di turno. Il North End è italiano davvero, e largamente terrone, dunque Sant'Agrippina è un fatto serio e le feste popolari(a breve quella di Saint Anthony from Padua de Montefalcione), amatissime dai veri yankee e dai turisti, sembrano proprio un disperato tentativo di recuperare le proprie radici. Così come lo sembra il libro "La cucina di Gaeta", illustratomi dall'amabile proprietaria di una piccola libreria italo-americana di quella zona, dove ho comprato la Settimana Enigmistica e mi è stato offerto un caffè che non era male, nonché cibo, accoglienza, numeri di telefono nel caso io voglia fare delle chiacchiere... Parlando con Lisa e notate le sue premure, ho fatto pace con l'idea che potrei avere dei momenti di cedimento. E sapere di avere una specie di casa-famiglia in cui sono stata accolta con tanto fasto, piena di libri di Camilleri e di Elena Ferrante, mi piace molto. Se mi viene da piangere vado da I Am Books. E tornerò a Little Italy ogni tanto, ho il dubbio fondato che potrei avere bisogno di pasta De Cecco e biscotti Doria, diciamo una volta ogni paio di mesi.

4- Boston è intimamente convinta di essere una piccola città, il che è vero considerando che il centro storico si gira a piedi senza alcuna fatica, ma la vita vera si snoda nei sobborghi, ex cittadine ormai inglobate nel tessuto urbano fino a farne parte completamente. Nonostante ciò, Boston praticamente non ha una metropolitana. O meglio, quella che loro chiamano metro è in realtà un tram di due vagoni, che nell'approssimarsi al centro scende sotto terra. Il mitico bus 14 da non so dove a Pilastro, che passava sotto casa mia a Bologna, è nettamente più grande dei treni della Green Line. Chissà quanto avrebbero da ridire i miei bolognesi sui trasporti di Bostonia. Comunque, di tram ne passano a fiotti e il fatto che siano piccoli e in fondo lenti mi trasmette un senso di umanità che non mi dispiace.

5- Boston è anche intimamente convinta di essere una città di mare, che poi è vero. E' una città di fiume, di laguna e di Oceano: la geografia fisica americana è delirante. Pertanto la zona del Waterfront, quello che possiamo chiamare il gigantesco lungomare o il molo, è piena di bei palazzi col tetto piatto e larghi balconi imbastiti di tavolini in ferro battuto e piantine di rosmarino. Mi domando che fine facciano le piantine e gli stessi balconi, nei lunghi inverni di neve e di ghiaccio. Mi domando anche come si faccia a usare un balcone se il tuo appartamento è al 24esimo piano, ma questo è perché soffro le vertigini. Comunque nel Waterfront ho già trovato un paio di papabili case della mia vita per il giorno in cui avrò dei soldi.

6- Gli unici convinti che Boston sia grande sono i turisti tedeschi, che infatti apprezzano girare la città su enormi autobus aperti che però non sono autobus ma strani veicoli a forma di imbarcazioni d'assalto con sotto delle ruote. Chiccherie.

7- Per un mendicante, che solitamente è semplicemente un disoccupato a cui è andata particolarmente male, la strategia vincente per ottenere fondi consiste nel minacciare, verbalmente o per iscritto, di votare Trump in caso di mancata offerta. Se poi lo fa piazzandosi sotto il balcone da cui per la prima volta nella storia è stata letta la Dichiarazione di Indipendenza, allora restare impassibile per un chicchessia viaggiatore europeo diventa impossibile.

8- Il trash non ha confini e come i centurioni davanti al Colosseo, qui si potranno osservare esemplari di guide turistiche travestite da Sons of Liberty o da Padri Pellegrini che girano per strada in abiti settecenteschi senza che la loro autostima faccia una piega. Sullo stesso tema, vedrai circa 23 damigelle attraversare la strada a gruppi di 4/5 per volta, tutte con lo stesso abito allo stesso matrimonio. 

9- Niente dà la sensazione di stare in America quanto: i mattoni rossi, le finestre che si aprono facendole scorrere verso l'alto, i dipendenti che fanno pausa nei retrobottega e quei vicoletti senza uscita tra un palazzo e l'altro, con le scale antincendio e i bidoni del rusco e il fumo che esce dalle cucine dei ristoranti, che in un attimo sembra di stare in C'era una volta in America o in Colazione da Tiffany, a seconda dell'ispirazione del momento.

10- Di tutti i patrioti che da Boston hanno fatto esplodere la Guerra di Indipendenza, il più venerato è il tizio che partì da casa sua a cavallo per avvisare dell'arrivo dell'esercito britannico. Credo si chiami Peter Merere o qualcosa di simile e faceva l'incisore.

11- In effetti gli hamburger sono buoni.

12- Il senso di questi americani per le misure è per me ignoto. Perché ad esempio, deve esistere una moneta da 25 centesimi, ovvero da "quarter of dollar"? Poiché non riconosco le monete, continuo ad accumularne e a pagare la qualsiasi con banconote da 10.

13- Farmacie grandi come supermercati con insegne enormi, café fuori misura, palestre a sei piani, negozi sportivi immensi. Ma non troverai un supermercato. Forse, nel tuo quartiere c'è un grocery store, dove entrerai per fare un minimo di spesa e dove, guardando l'extra virgin olive oil di Zio Franco, che comprerai pure se sembra e forse è olio di semi, avrai il tuo primo, inaspettato crollo. I grocery stores sono anche loro strani e non tanto perché la pasta in vendita è fatta col grano tenero, queste sarebbero osservazioni per soli italiani, ma perché ti domandi quali prodotti tra tutte le incomprensibili pappette e i pudding precotti un americano standard comprerà per nutrirsi. Insomma, perché i frigo pullulano di bevande di ogni genere e il banco verdura è composto da 4 pomodori, 1 pianta di insalata e 3 peperoni verdi? E perché mezzo chilo di riso costa 4 dollari? E perché ci sono una ventina di tipologie di patatine fritte in busta e quando si tratta di biscotti, di fronte a te, la miseria? La mia prima esperienza all'alimentari, nonostante la festa-festona che mi ha fatto il proprietario vedendomi entrare nel suo negozio due volte in un giorno, è una storia un po' mesta di caffè solubile e cibo di base. Olio, riso, pomodori, uova e tranquillo papà, anche un minimo di altro. Ho comprato 12 uova perché le confezioni più piccole non esistono. Sbalzi di colesterolo e una morale della favola: dal rapporto qualità prezzo è chiaro che in questa vita berrò un sacco di latte. Uscendo, ho comprato una lattina di limonata San Pellegrino e una bottiglia di Evian, forse per nostalgia o per ricordarmi che un po' di bellezza esiste.

baci e big hello,

Ilaria

sabato 5 ottobre 2013

Alla tua malinconia sghemba

Andarsene dove, con cinque euro di benzina?

Gli irrequieti si pongono queste domande, se le pongono gli idealisti, i provinciali. Loro, poi, si chiedono sempre dove andare per trovare il mondo, abituati –e costretti- come sono, a confrontarsi con una realtà piccola piccola; provinciali che conoscono come le proprie scarpe i muri vecchi di città invisibili, le scritte con le bombolette su casermoni logori, la solita birra del bar vicino casa, i cani randagi a cui hanno dato un nome…

E forse è l’abitudine a quei posti risaputi e usuali, o forse è quella sensibilità tutta umana che chiamiamo curiosità,  a spingerli a cercare altro, un luogo che risponda alle loro domande, o dove almeno qualcuno sappia fare il caffè.

Questo cerca Matteo, un posto altro dove non ci siano baristi che hanno fatto corsi di barman ma che poi ti fanno una chiavica di caffè che dovresti solo sbatterglielo in faccia; e in questo desiderio tanto terreno c’è una voglia di volare ad alta quota, di andarsene a vedere le cose da lontano così che appaiano più chiare o pacificate, chissà. Ed Emanuele, tramite Matteo e con lui, va a cercare quella medesima libertà.
Così, la scoperta triste del progetto dell’Alfa di fabbricare un SUV diventa una scusa decente per mettersi in macchina e andare… Dove? Altrove… 

Ed eccoli là, quattro amici che si sanno a memoria, tutti e quattro e ciascuno a suo modo di una malinconia sghemba, in una macchina con cinque euro di benzina, Paolo Conte come necessario sottofondo.

Ma dove ve ne andate se dietro di voi ci sono le montagne e gli alberi morti per vecchi roghi estivi e il neon della statua del Cristo Redentore? Dove ve ne andate se davanti a voi c’è il mare, quello in cui si è perso il vostro sguardo, il mare grande da scrutare, mare lontano che piace immaginare libertà e che invece è limite invalicabile, compagno e confine, che spalanca la vista e impone orizzonti finiti?

A questo non pensano mentre vanno, mentre scivola come una ninnananna nelle orecchie Genova per noi che stiamo in fondo alla campagna… Vanno e basta. Vanno a Sperlonga, sulla spiaggia, a Itri, a domandarsi in silenzio chi sono, a lanciare i sassi nel mare, a saltare dai gradini e a dormicchiare sulle panchine sotto un tramonto rosa.  Soprattutto, con romantica superbia, vanno a chiedere il cielo di togliersi il cappello davanti alle loro gioiose ambizioni, davanti alla loro profondità.

E mentre il motore gracchia, mai nominato apertamente è il senso del viaggio, il dilemma di sempre, ad aleggiare sullo sfondo. Perché scappare, e da cosa, se poi in fondo il caffè non era male, se poi c’è una bellezza immensa, anche, nelle cose piccole? Che senso ha cercare spasmodicamente la grandezza, se poi la grandezza sta nel cogliere la meraviglia nei fatti che ci capitano, nelle persone che ci circondano, nei rapporti sinceri, negli sguardi complici, nei desideri comuni? E se tutto il meglio fosse già qui?

Quella dei ragazzi nella macchina col serbatoio in riserva non è arrendevolezza ad un presente dato, ad un futuro scontato. Il loro non è provincialismo. Il loro sguardo è quello vispo di chi ha guardato il mondo, si è sforzato di capirlo e forse ne ha colto l’inganno e a quell’inganno si rifiuta di soggiogarsi e così si ostina a vivere per com’è, a schiena dritta e come desidera, senza imporsi altro al di là di un buon caffè.

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Ilaria

Grazie a te ho una barca da scrivere
ho un treno da perdere

p.s. Lettori, miei cari, cliccate su questo link( La Comédie d'un Jour, vincitore del  Corto Moak 2013 )per guardare un cortometraggio che dura quanto due canzoni di Guccini, o quattro canzoni di qualunque autore normale. Sono tredici minuti di cui non vi pentirete, se vi andrà. 

mercoledì 2 ottobre 2013

Scissione all'interno del PDS: la poesia del lapsus della giornalista di La 7

Il PDL muore, il PDL si sfalda, si lacera. Si esaurisce la spinta propulsiva del PDL. Scissione dei moderati, separatismi dei ciellini, divisionismi di ex craxiani. Nascono nuovi gruppi parlamentari, o forse no, o si. La fiducia non si vota, ma alcuni lo faranno (maledette colombe), allora dai ripensiamoci tutti, si dai votiamola. Berlusconi vota la fiducia. Il dramma umano di Bondi è evidente, uno stato di profondo nichilismo lo attanaglia: che fare? Che pensare? Il tabù Berlusconi ha ucciso il totem di se stesso. Si direbbe che al posto dell’atteso parricidio un autentico suicidio politico si sia verificato. Un gran trambusto di servizi ed inviati specialissimi vessati dai rispettivi direttori dei TG. Domanda Mentana, davvero emotivamente coinvolto: “Quali sono gli ultimi boatos da Palazzo Madama?”. In giornate così, quando la politica diventa pettegolezzo, vociare indistinto, anche il neologismo è arte.

 Berlusconi si è arreso ad Alfano, il vecchio ha ceduto il passo al giovane e volendo si potrebbero mettere in fila chilometri di metafore imbarazzanti sui delfini e gli adolescenti con le chiavi di casa e altre infinite banalità. La linea politica degli strenui difensori del nostro anziano eroe ha perso; la battaglia corpo a corpo delle pitonesse e dei falchi contro i mulini a vento degli ostili al capo sembra essersi esaurita in un niente, o meglio in poche frasi del capo stesso, che in due minuti scarsi, come a volersi togliere il prima possibile dall’impaccio, dal basso del suo scranno si rimangia tutti gli attacchi, gli sproloqui e le manifestazioni un po’ paranoiche dei giorni scorsi e si decide a sostenere Letta. Si sarà accorto che la sua vera fine politica sarebbe stata causata da una odierna sconfitta numerica. Meglio evitare uno scontro frontale se ci si riconosce più deboli del nemico interno, meglio rientrare nei ranghi e aspettare.

Tutto questo non è poi tanto interessante.

Però si ascolta un discorso di Letta che ammicca alla destra, e pure al suo vecchio leader azzoppato, che quasi quasi gli diventa complice, sottintende vicinanza, che di irricevibile e non-votabile dal beneamato Caimano non ha proprio niente. Anzi, si ascolta un discorso retorico e farcito di una morale fuori luogo, di nomi fuori luogo, altisonanti, troppo, rispetto al momento di oggi, come a volerne sopravvalutare la gravità. Sarà per la convinzione di essere investito da un compito tanto sovrumano, che Letta presenta se stesso come l’uomo in grado di restituire all’Italia una grandezza che, pur essendo stata la nostra storica ossessione, non abbiamo mai avuto. E per questa convinzione Letta si sente unico responsabile, unico salvatore ed ha acquisito una fiducia nella propria capacità politica che fino a cinque mesi fa sembrava impensabile. Sarà per questo motivo che rivendica con fierezza le borse di studio per i conservatori e tace candidamente sugli inutili battibecchi sull’IMU, sul macroscopico problema dell’aumento dell’IVA, sulla triste latitanza di un vero dibattito parlamentare sulla legge elettorale...

E così traspare finalmente in modo netto, dalle parole di Letta, dalle sue incrollabili certezze, che il governo che era stato presentato qualche mese fa come temporanea soluzione ad un irrisolvibile e contingente problema di ingovernabilità, oggi si pone come governo autenticamente politico, del tutto legittimato a governare per un orizzonte temporale ben più vasto di quello inizialmente indicato. Questo è un fatto interessante. Anche vagamente inquietante, in realtà.

La mia sensazione è che oggi, piuttosto che perdere tempo a parlare della sconfitta berlusconiana, che poi mi pare del tutto marginale, si dovrebbe discutere di quanto nel giro di poco tempo questo governo abbia aumentato nei fatti i suoi compiti, di come questa evoluzione sia stata accompagnata da un progressivo addormentamento dell’opinione pubblica, di come la pacificazione tanto decantata sia in realtà una spaventosa assenza di vivacità intellettuale da parte di una cittadinanza sempre più passiva, di come siamo arrivati a dare per scontato che esistano comitati di saggi a proporre pacchetti di riforme che solo in apparenza possono essere spacciate per oggettive e necessarie, di come accettiamo di delegare infinito  potere sulla base di uno stato di necessità da cui non usciamo da tre anni, che allora diventa un periodo di necessità, un periodo destinato a durare.

E durerà, questo governo, perché fa comodo e finché farà comodo; perché concede tempo a chi necessita di tempo: alla destra, che promuove le sue politiche restando libera di svincolarsi al primo momento utile; al PD, che non aspetta altro che tempo e ancora tempo per evitare di risolvere i suoi problemi interni e che in nessun modo oggi sarebbe stato in grado di presentarsi decentemente ad una nuova campagna elettorale. Con quale segretario? Con quale candidato? Con quale programma? PD che d’altra parte non si rende conto della morsa in cui si sta stringendo, della sua impossibilità di azione. Oggi  Zanda parlava del governo Letta come garante dello stato sociale, a proposito di alienazione dalla realtà…

E il Paese dove va? Il Paese di cosa ha bisogno? A sentire Letta sembra che tutti abbiamo bisogno di lui, cioè della sua presenza, della sua calma serafica. Io non ne sono affatto convinta. Ma anche questo, in fondo, è poco interessante.

Il fatto interessante è che galleggiamo in uno stato di costante carenza democratica. Il rifuggire le elezioni come se fossero il male radicale è una carenza democratica. Il fatto che i telegiornali non parlino che di mercati finanziari ogni volta in cui c’è una minima instabilità politica è una carenza democratica. Il fatto che Letta sarebbe stato disposto a governare pure se avesse ottenuto la fiducia solo da una parte di transfughi del PDL è una carenza democratica.  E questo è pure un ritorno indietro, alla Prima repubblica infinita in cui siamo ancora, che oggi si svela dietro il volto buono dell’uomo con gli occhiali e l’espressione gentile.

Ilaria

lunedì 30 settembre 2013

La festa di SEL, il sogno su D'Alema e un lunedì di pioggia


Aprire gli occhi la mattina e sentirsi leggeri e pronti alla giornata non è così ovvio quando Bologna ti accoglie con uno di quei suoi cieli pesanti, grigi, inamovibili. Io oggi mi sono svegliata così, nonostante la pioggia leggera e perseverante che rende inutili i cappucci, gli ombrelli, e ti s’attacca addosso come una seconda pelle. Mi sono svegliata così, dicevo, dopo aver sognato D’Alema in persona tutto preso a spillare delle birre. D’Alema in persona che mi cazziava perché in una birra spillata da me c’era troppa schiuma, e la sottoscritta in persona che gli rispondeva, sorridente ma a tono, “ prenderei anche sul serio questo rimprovero se tu non fossi D’Alema!”. Non so, magari prendersela con D’Alema in sogno e ricordarselo al risveglio è uno di quei fattori che rendono sopportabili la sveglia, la pioggia e tutto il loro corollario di mestizia!

Così me ne sono andata da Maurizio, che è bar e barista, che in nessun modo riesce ad astenersi dall’immancabile consiglio sul cornetto “la pasta salata alla nutella è ottima eh… bada…”e ti mette jazz a prima mattina, ti accoglie nel suo mondo di legno vecchio e di giornali nuovi. Oggi mi tocca il Corriere, che apro al mio tavolino sotto il portico aspettando l’ottimo the al limone che in fondo è un normalissimo the grigio con del normalissimo limone un po’ a pezzi, un po’ spremuto: la specialità della casa. E insomma capita che mentre inizio a leggere l’istituzionalissimo e solitamente moderatissimo, ennesimo editoriale di De Bortoli, avventori al mio fianco dibattono di politica…

“Ah beh ma l’avete sentito Letta da Fazio?”
“E no, io non sapevo ci fosse già Che tempo che fa!”
“Ma perché, tu lo guardi? Con quelle domande lì… ma che significa chiedere Lei che ne pensa dell’epiteto diversamente berlusconiano ?? Ma che domanda è!”
“Hai ragione sai… Ma insomma il governo è caduto”
“No ancora no”
“Ma te dici che cade?”
“Mercoledì vanno a chiedere la fiducia là…”
“Mmm… Ma che poi se cade, cioè non si può fare un’altra cosa tecnica, tu dici che Monti non sarebbe di nuovo disponibile?”
“Ma va… Che poi che se ne vadan tutti, non mi importa.”

E così finì, con l’ultimo commento lapidario, con l’ultima sentenza. Mi alzo dal tavolo e me ne vado, pensando all’indignazione che mi avrebbe colta se avessi ascoltato quella conversazione quando ero un’arzilla diciottenne matricola di scienze politiche, convinta che di politica potessero parlare solo gli addetti ai lavori,  e a quanto oggi quel breve dibattito mi incuriosisca. Mi domando chi siano quelle persone, cosa facciano nella vita, che cosa aveva in mente la ragazza che auspicava un impensabile ritorno di Monti, e chi è l’altro, il disilluso? Chi hanno votato, cosa vogliono? Cosa domandano le persone? E proprio non so se sia stata l’Economia a rendermi più umile o se la placida benevolenza che accompagna i miei passi sia dovuta alla soddisfazione effimera per la risposta a tono al mio D’Alema immaginario. Arrivo a lezione e il tema del giorno è all’incirca riassumibile ne i poteri taumaturgici delle matrici varianze covarianze e mi rendo conto che l’econometria è bella, nonostante l’arida facciata di algebra lineare, nonostante i terribili software, nonostante pure una certa maniacalità teorica.

Insomma sono a lezione, in una giornata oggettivamente brutta, dopo aver ascoltato sconosciuti parlare di politica in un modo oggettivamente un po’ insensato. Fa pure freddo. E nulla mi tange. Dietro questo buonumore ci sarà l’ombra di D’Alema.
O forse è merito di Rob Brezney, autore dell’unico oroscopo al mondo che le persone non si vergognano di consultare. Sarà merito, dico, dei suoi mitici consigli della settimana scorsa, dei suoi compiti per tutti, dei suoi moniti saggi a tratti incomprensibili, sempre un filo catastrofisti ma che poi in fine prendi, se li prendi, un po’ come ti pare. E io stavolta – già – ho messo in pratica l’oroscopo.

E così in fondo è pure merito mio questo particolare buonumore, merito dell’autobus 19 preso dall’altra parte della città, merito di Viale Togliatti, merito della Festa di SEL, dove la musica è un’altra davvero. Sarà merito di un giorno e mezzo di sana e temprante manovalanza, della generosità che scopri in persone sconosciute fino ad un attimo prima, che ti aprono le porte con una naturalezza che in questo presente di corse e di spintoni sembra irreale. Persone che sono singoli e sono comunità e che a vederle così, con la curiosità del tuo sguardo esterno, ti sembrano venute da un posto lontano in cui la solidarietà, la collettività, l’unione di intenti, non sono parole vuote né vecchie ma vivono nelle braccia che sollevano sedie e tagliano cipolle, nei sorrisi che si allargano sulle facce stanche del fine serata, nel lavoro costante che sta dietro la festa e la sua leggerezza, nell’impegno quotidiano. Pochi gesti valgono la stima, valgono pure un ringraziamento per un’esperienza a sé, che in un attimo mi ha spalancato la mente e mi ha regalato un pensiero bello da aggiungere agli altri, quelli che fanno bene nei lunedì di pioggia.

Ilaria

domenica 26 maggio 2013

Silenzio Elettorale

Questa è una città di persone miracolate e persone miracolose, e i più miracolosi sono gli amici del santo col tricolore, quelli unti dalla sua benedizione.”
 
dal racconto “I Pregati” in Rumore di Cicale 
di Emanuele Gaetano Forte (2013, edizioni Il Foglio)


Mentre mi metto a scrivere Emanuele presenta il suo libro di racconti a Latina, Claudio sta prendendo il regionale  Roma – Villa Literno, che non è un treno, è un’esperienza di vita; mia madre spalanca forse le finestre del salotto, Audrey come una sfinge fa da guardia al giardino in cui Fabrizio come sempre è all’opera e mio padre, più in là, chissà se ha messo su un pranzetto di vongole e cocci all’acqua pazza.  A Formia ci sono le elezioni comunali.

Insomma, è uno di quei momenti in cui la sensazione di stare nel posto sbagliato assurge al rango di certezza e consola questa nostalgia provinciale solo il sole inaspettato di Bologna, dove oggi votano per questioni di principio e di sinistra e dove pure la mia presenza serve a poco. Ma tant’è, faccio il mio dovere come sempre, sigaretta o penna nella mia destra, i  tetti rossi dei palazzi di fronte e fogli sterminati di matrici e improbabili sistemi di equazioni.

E penso a casa, che è vicinissima per post-modernità ferroviarie e lontana per mia scelta di studente(ssa) stakanovista. Penso alla carta copiativa delle schede elettorali e ai minuti che non passerò nella cabina, a guardare i simboli e poi scegliere con la mia X netta, dritta; al caffè che non ho preso con mia madre, alle chiacchiere, a cui non assisterò, di mio padre con avventori da seggio e rappresentanti di lista, di quelli che fanno della Pedemontana tema degno dei Massimi Sistemi. 

Uno a leggere queste righe forse riderà, ma chiunque sia nato in provincia e abbia quel poco di sensibilità necessaria conosce a memoria la narrativa romantica del vivere provinciale, di quell’esistenza a parte fatta di vicoli e santi patroni, e capisce bene l’attaccamento che ti lega a quelle città piccole e sconosciute, dove il racconto della storia arriva anestetizzato e in cui la storia sembra che non la si faccia mai, escluse guerre e unità nazionali. Ma se ci si discostasse da quest’interpretazione mediatica della realtà, in cui la risonanza di un evento ne determina l’importanza, si comprenderebbe meglio il valore della costruzione storica e politica come attività quotidiana, come evoluzione individuale all’interno di un processo collettivo. Per questo le elezioni comunali sono importanti, fondamentali, dico, ché il palazzo municipale è il primo contatto della gente con lo Stato ed è il luogo dove tanto si annidano arrivismi e favori quanto invece, se la gestione della cosa pubblica è in mano a persone consapevoli del loro ruolo, c’è davvero la possibilità di incidere sul modo di vivere della gente, di imporre magari una cultura della cittadinanza consapevole, se non attiva.

A Formia di lavoro da fare ce n’è tanto e i molti che si sono rimboccati le maniche in questo tempo sbandato lo sanno certo meglio di me, che in fondo sono più avvezza alle valige che alle case.

Formia è al limite di due regioni, spiaccicata dalle montagne sul mare, contraddittoria per sua natura di confine e per miste influenze culturali: l’accento di Napoli, l’orgoglio del sud e quel tanto di campanilismo che fa venir voglia di sentirsi Nord, o almeno Centro . Formia è un misto di malavita arrivata come un fiume carsico e di tostissime ottantenni scettiche sull’opportunità di fare la raccolta differenziata, di ragazzini in motorino e longevi opinionisti a fare da guardia ai tubi di fronte Piazza Vittoria e alla rotonda, al porto, al mare. E nonostante questo e nonostante la noia della provincia quante persone laggiù non hanno rinunciato ad un’intransigente resistenza culturale? Tra Enza e le sue rassegne letterarie e il piccolo mondo moderno dei teatri figli dei fieri anni settanta della provincia; tra jazz e artisti, fotografi e poeti e imprenditori locali; per mano e per voce dei ragazzi che non se ne sono andati, che lì fanno i banchetti la domenica, che lì fanno politica tutti i giorni, Formia è un posto che pullula di storia e di possibilità, tanto che in certi momenti romantici mi piace pensare che sia per uno qualche disegno di progresso che là è stato incarcerato Gramsci e che ancora lì hanno vissuto Pietro Nenni e Vittorio Foa.

Le elezioni di oggi in quella conca di burberi e di fatalisti possono voler dire tanto, in termini di un cambio di passo culturale che permetta a quella città di uscire dal pantano della gestione sciatta e autoreferenziale subita negli ultimi tempi. E mi sembra  positivo che ci siano tante liste e tanti candidati, pacchi di giovani intelligenti sparsi letteralmente a destra e a manca – ma più a manca... Mi pare il segnale che le persone abbiano ritrovato la voglia di prendere parte ad un processo di ricostruzione dell’amministrazione e perciò spero che queste facce pulite, a volte incazzate ma ben intenzionate, abbiano la meglio sui carnet di voti di tanti soliti noti.  

Così  mi dispiace non essere Giù, non essere a casa per una volta e questa malinconia elettorale ha un po’ a che fare col senso civico e molto con le cronache sentimentali, ovvero con la consapevolezza profonda che le distanze e la ricerca della mia strada e della mia libertà, non cancellano le origini, il sentimento di essere figlia di una terra che non è meno mia perché non la abito più e i cui destini per questo mi riguardano fortemente, come sempre.

Ilaria


p.s. pubblicità progresso per chi fosse interessato al libro, che è bellissimo, che ho citato sopra. http://www.ibs.it/code/9788876064128/forte-emanuele-g-/rumore-cicale.html

mercoledì 24 aprile 2013

Ventate di marxismo e ottimismo liberale

E' stata una giornata lunga. Diciamo pure che io ho deciso di allungarla ulteriormente andando ad assistere a un incontro con Fausto Bertinotti nell'aula più sindacalista della Facoltà d'Economia più neoclassica d'Italia. Una contraddizione in termini.

L'incontro, che doveva accendere un dibattito sui destini della sinistra dall'Università di Bologna all'Italia intera  si è presto rivelato una lezione, a tratti un comizio. Il compagno Fausto, dal canto suo, è uomo di cultura e d'esperienza e sa farsi ascoltare. In pochi minuti, a seguito di una mesta domanda posta dal giovane mediatore al solo fine di spingerlo a parlare della situazione attuale, si è tolto gli occhiali troppe volte, se li è messi in mano, in testa, sulle sopracciglia in un equilibrio al limite estremo tra fisica e metafisica, poi li ha sbattuti sul tavolo, nemmeno fossero di gomma. E intanto ha sciorinato i più grandi nomi del pensiero politico del Novecento, colpendomi in pieno sul sentimento e mettendo a dura prova la mia parte razionale e critica.

E' difficile stare vigili di fronte a una retorica così ricca di cultura e intransigenza. Ci si sente conservatori nell'anima, reazionari vili e statici democristiani, in un miscuglio letale di autocommiserazione. Si è talmente presi dal discorso da perderne il senso a tratti senza mai distrarsi dall'ampiezza del respiro che lo muove e quel fascino subìto fa un po' perdere di lucidità. Poi sono tornata in me. E mi sono resa conto che tra tutti i temi che "Fausto" ha trattato ne mancava uno che per me è centrale, di cui dirò tra poco.

Benché il Nostro abbia attraversato di buona lena lo scibile politico tutto, dal nuovo movimentismo alla critica verso la classe politica, dal rovesciamento del conflitto di classe alla storia del PCI, dalle Costituzioni liberali a quelle democratiche passando per l'involuzione liberista della politica economica negli ultimi vent'anni, la sua argomentazione si è arenata su un punto, direi Il punto e cioè: Che fare?

E' la domanda più ricorrente e meno banale, quella che costringe pure i più grandi amanti dei voli pindarici a tornare coi piedi per terra e capire che bisogna pur dare sostanza alle proprie gloriose aspirazioni di giustizia e di progresso. La pecca del discorso di Bertinotti stava  nell'aver evitato di delineare la parabola politica dell'Italia dal dopoguerra ad oggi, inserendola nel contesto della costruzione europea.

Il suo discorso, che muoveva da un'analisi dell'evoluzione della "Costituzione materiale" rispetto a quella "formale", con particolare riferimento ai temi del lavoro e della legittimazione del potere politico, si limitava ad una specie di comparazione tra il momento dell'approvazione della Costituzione del 1948 e la situazione politica attuale. Messa in questi termini e con il giudizio mediato non dalla storia ma dalla cronaca, è ovvio che ogni lettura diventa in breve tempo una critica morale, un confronto di valore tra la classe dirigente di allora e quella di oggi. Tale confronto è certo necessario, se non altro per rendersi conto dei picchi e degli abissi che possono raggiungere la ragione e la dignità umana; ma porre il problema in termini etici elimina la Storia dall'analisi e dunque, di fatto, impedisce di capire quali motivi (e dunque le responsabilità di chi) ci hanno portati dove siamo oggi.

Ora, Bertinotti si è fermato molto a dibattere del ruolo svolto dall' Unione Europea nell'acuire crisi già profonde in certi Paesi (Grecia e Italia in primis) e, in particolare, dell'assurdo di una sovranità monetaria che sovrasta la sovranità popolare. Parole vere e bellissime, ma che non spiegano come l'Unione Europea sia  diventata ciò che è oggi. Il ruolo svolto dai suoi organi (e non solo) dal momento in cui si è iniziato a parlare di crisi del debito sovrano non è solo dettato dalla contingenza, ma soprattutto frutto di scelte politiche passate fatte dai governi dei paesi membri; in gran parte si è trattato di errori di miopia e sottovalutazione di ciò che l'unità economica avrebbe comportato e dell'importanza di un' unità politica che la controbilanciasse. Il Bertinotti che accusa l'UE di essere un cumulo di trattati è come se perdesse di vista che quei trattati li hanno siglati dei governi, ovvero degli Stati, ovvero degli uomini politici.  In un certo senso, nel costruire l'Europa unita la politica ha abdicato al suo ruolo: nel tentativo di garantirsi una sovranità nazionale fittizia, ha finito per essere irrilevante sul piano che, nel mondo dei grandi potentati globali, determina gli altri, cioè quello mondiale. Il fallimento degli stati si trascina dietro il fallimento della politica nel senso che rispondere a mutamenti economici transnazionali con provvedimenti nazionali è o difficile o impossibile. Ma di spostare la sovranità ad uno Stato più alto non se n'è parlato ed oggi solo torna di moda il sogno dell'Europa federale, ma nemmeno troppo.

Insomma, mentre "Fausto" parlava della Troika e dei mercati e del cinismo della finanza io mi sono chiesta tra quanto tempo una sinistra incerta e pure nostalgica di certi internazionalismi d'antan, riprenderà un discorso internazionalista sul serio. Quando, cioè, capirà che per difendere il lavoro in Italia non bastano misure microscopiche elaborate ad hoc per rispondere a certe esigenze ma serve un discorso più ampio che includa la difesa del lavoro anche altrove, che arrivi almeno all'Europa attraverso un dialogo serrato con le sinistre degli altri Paesi e che allora, in modo unitario, potrà incidere davvero sulle decisioni politiche. Per fare questo bisognerà rinunciare al sempre ripudiato e mai sopito nazionalismo.

Bertinotti diceva che lo Stato Sociale figlio delle costituzioni del dopoguerra era un compromesso tra capitale e classi lavoratrici. Oggi quel dialogo non esiste, sostituito com'è da una costrizione che si esercita attraverso imposizioni apparentemente tecniche e invece orientate politicamente in difesa dei grandi interessi economici. Posso condividere e aggiungerei, però, che ciò è dovuto al fatto che ai livelli a cui il "capitale", per usare il suo lessico, opera, questo non ha interlocutori né oppositori e dunque monopolizza il potere. Se le forze progressiste si uniranno, però, e spingeranno nel senso di un'Europa largamente democratica e federale, credo che allora i rapporti di potere potranno essere diversi e l'opera dei governi potrà smettere di essere "octroyée", la democrazia potrà smettere di essere liberamente interpretata in senso più o meno paternalista e la difesa degli interessi dei cittadini, soprattutto dei lavoratori, potrà ricominciare ad avere un senso e un seguito in termini di azioni pratiche.

E' sempre emozionante inneggiare alla pacifica fusione di tutti i movimenti di protesta, invocare i barbari di cui Marcuse parlava nel Sessantotto, spingere a una ricostruzione della politica come vita quotidiana, come impegno di tutti i giorni e come scelta. Ma accanto a questo deve innescarsi, credo, un discorso più ampio che abbracci l'orizzonte nel quale ci muoviamo, questo vecchio continente di nuovo azzoppato, ovvero l'Europa.
In alternativa possiamo lamentarci del decisionismo illegittimo della BCE e sentirci molto puri.

Ilaria

sabato 20 aprile 2013

Comiche all'italiana o della tragicità della politica


L’elezione del Capo dello Stato è il momento più alto e solenne della vita repubblicana, ed in questi giorni si è trasformato nell’ennesimo teatrino dell’assurdo, o del grottesco .

Sono tornati alla ribalta i fantasmi più grigi della peggiore Seconda Repubblica e i metodi più loschi della Prima, i più invertebrati arrampicatori sociali e i più andreottiani dei redivivi democristiani,  establishment reazionario, cinici d’alemiani  ed ipocriti separatisti, nani e ballerine; tutti uniti dall’istinto di autoconservazione di una classe politica di inetti, di ignoranti, nascosto sotto il sostantivo più altisonante e sbeffeggiato: la Responsabilità.

Non sanno loro, questi uomini piccoli, che la Responsabilità è quella di Tocqueville, di Kant, di Panagulis:  la responsabilità di rispondere ai propri doveri, dettati sempre da una morale disinteressata, universale e autonoma; la responsabilità di fornire giustificazioni al proprio agire libero, indipendente, intellegibile; la responsabilità di prendere posizione, delle scelte di cui si porta il peso, come una croce, a testa alta.

Li guardo sfilare uno dopo l’altro e li ascolto esprimersi nel loro modo banale, con frasi piatte, insensate, piene di metafore quanto prive di subordinate, come se le immagini che evocano servissero a riempire il vuoto miserabile dei contenuti, a nascondere ancora l’irrazionalità delle loro scelte.

Ha sbagliato Giorgio Napolitano ad accettare di farsi rigettare nella mischia di una politica sorda ai problemi della gente e sempre pronta a rifugiarsi nella sua autoreferenzialità, nel realismo apparente che è solo incapacità di decidere. Mi chiedo quale sentimento o quale logica l’abbia mosso, al di là della convinzione, figlia di una lettura di questa fase storica che non mi sento in alcun modo di condividere, della necessità di un nuovo compromesso storico, l’incubo dell’esacerbarsi di una crisi sociale che però proprio questa classe politica, la sua mediocrità, le sue scelte scellerate stanno contribuendo a fomentare. Profezie che si autoavverano.

La democrazia è altro dai simposi di saggi rinchiusi a tessere le trame di un futuro migliore secondo la loro apparente oggettività e sommessa ideologia; altro dai governi tecnici a tempo indeterminato; altro, soprattutto dall’unanimità che nasconde il compromesso, il baratto, la collusione. E’ il senso della democrazia come chiarezza delle procedure – quella di un certo Bobbio - che in questi giorni stiamo smarrendo mentre ci arrotiamo in dinamiche tragicamente decisioniste e paternalistiche. Ed ecco l'apice della crisi.

Ed è quando la politica diventa autistica  che un periodo di crisi, che  dunque per sua stessa natura poteva essere di apertura, di rinnovamento, di progresso si trasforma nell’ennesima fase di conservazione. Ma l’Italia fuori dal Palazzo, a pochi metri dal grande Transatlantico di cui parlano con una certa vezzosa tenerezza i giornalisti borghesi, è una pentola a pressione, dove pure i più fedeli giovani democratici occupano le sezioni e forse si ricordano di Gramsci, di Contessa, della retorica pomposa ma autentica delle anime belle, tanto necessarie e tanto vilipese da certi Massimo D’Alema.

L’Italia transennata fuori da Piazza Montecitorio aspetta indolente e rabbiosa insieme, ed ha la faccia pensionati, dei commercianti, degli operai, dei trentenni in eterna attesa, della generazione dei miei ventenni perduti, che  vanno a piangere tra le braccia di un comico, cercando una risposta al loro sdegno nell’ennesimo imbonitore lasciato indisturbato a prendersi cura della disperazione dei poveracci e dei disillusi che sono sempre di più, che siamo tutti noi.

Ilaria

venerdì 23 novembre 2012

Oppure… due righe sulle primarie


C’è molto poco che io mi senta davvero di condividere del modo in cui sono state organizzate queste primarie del centrosinistra e nemmeno ne apprezzo particolarmente il valore. Mi è parso che troppo fosse abbozzato, nelle regole e soprattutto nei contenuti, al punto che per lungo tempo mi è sembrato si trattasse solo di una sorta di congresso popolare, di una resa dei conti  misera all’interno del PD. Figli yuppies, padri che furon sessantottini e in mezzo una donna, Laura Puppato, tanto in gamba quanto sola. 
Nadia Urbinati ha ragione quando sostiene che le primarie sono lo strumento per antonomasia in grado di svuotare la politica di senso, poiché la riducono come nient’altro a una questione di comunicazione e di audience, mettendo in secondo piano la parte attiva della partecipazione politica che è la caratteristica principale di una cittadinanza autenticamente consapevole, oltre che libera.
Ma allora perché andare a votare, nonostante lo spaesamento, nonostante anche la frustrazione?
La mia sensazione è che il prezzo dell’astensionismo in quest'occasione storica sarebbe troppo alto.
"La corsa dei migliori verso la politica è un fenomeno che si produce quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze d' una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere ad un estremo pericolo", scriveva Giame Pintor. E questo è uno di quei momenti, che forze politiche che si definiscano di sinistra e progressiste non possono perdere l’occasione di cogliere. E in momenti così non si può non assumersi la responsabilità di scegliere. Astenersi per sentirsi al di sopra delle parti, per preservare la propria purezza, oggi non ha senso. E’ sporcandosi le mani con la realtà che si dà la propria impronta alle cose e, anche, che si acquisisce il diritto di criticarle. Le elezioni di marzo indicheranno la strada che questo piccolo Paese percorrerà nei prossimi decenni e le scelte da prendere sono tante. La sinistra ha davanti a sé la sfida di ridefinire non solo un programma di politiche pubbliche, ma i contenuti stessi del suo sistema di pensiero di riferimento.
Si tratta, cioè, di ridare senso ai temi, peso alle parole che hanno caratterizzato la sinistra fino agli anni ottanta e che sono state, poi, progressivamente abbandonate sulla scia di una globalizzazione che nel mondo cosiddetto sviluppato sembrava promettere infinito progresso e ricchezza e, in fine, rinnegate quando il crollo del blocco sovietico ha rivelato a un mondo già consapevole ma cieco i drammi del socialismo reale.
La storia dei nostri giorni, però, costringe tutti coloro che ancora hanno gli occhi per vedere a porsi forti dubbi sul senso di uno sviluppo fondato sulla cultura dell’individualismo, dell’egoismo, della corsa alla ricchezza. La crisi ci obbliga a porci il problema delle pari opportunità (senza le quali, per inciso, non ha neppure senso parlare di meritocrazia), delle disuguaglianze, della giustizia sociale, se non per un personale istinto filantropico, almeno perché bisognerebbe tener presente che l’aumento eccessivo delle disuguaglianze sociali rischia di mettere in discussione lo stesso modello democratico.
Scrivere “rischia” è già tardivo, perché non è più da pochi giorni che le estreme destre, con la loro buona dose di nazionalismo e di razzismo hanno ricominciato ad attirare consensi in Europa. E l’appiattimento delle sinistre su posizioni sempre più centriste, lo scimmiottamento ventennale di teorie liberali e liberiste ha avuto certamente un ruolo nel far sentire troppi cittadini sempre più abbandonati e meno rappresentati. Ieri mia madre mi faceva notare, ad esempio, che un contadino calabrese non capirebbe mai come iscriversi alle primarie online, e che un partito che non si pone il problema di far votare un contadino calabrese non è un partito di sinistra. Il suo pensiero non è sbagliato né naif; anzi, coglieva il problema di fondo: l’abbandono di quelle masse di cui pure si rinnega l’esistenza proprio da parte di chi dovrebbe teoricamente rappresentarle. Se è vero che i connotati delle classi si modificano costantemente è pure vero che le classi non hanno mai smesso di esistere. La sinistra dovrebbe impegnarsi a conoscerla questa nuova società, al di là di qualche azione di rappresentanza. Bisogna che si capisca chi sono i nuovi soggetti che la formano, quali sono le loro necessità, quale la loro dimensione esistenziale e in quale modo sia possibile rispondere ai loro bisogni, al di là di qualche frase ad effetto e del sentimentalismo nostalgico delle grandi occasioni. Quest’analisi non può prescindere dalla presa di coscienza che i temi della subordinazione, dell’efficacia dei diritti per tutti, per quanto abbiano assunto connotati nuovi e siano tristemente passati di moda, devono tornare ad essere affrontati senza remore e senza paura. Altrimenti anche i temi dei doveri, delle responsabilità individuali, almeno altrettanto necessari, perdono completamente senso.
In questi anni su questo piano il Partito Democratico ha fallito, bloccato dallo sterile dibattito al suo interno che si risolve sempre in una specie di sfida alla lottizzazione tra correnti per la monopolizzazione della linea politica; ha fallito perché ha voluto fingere di essere nato senza storia, di essere di tutti finendo per essere di nessuno; ha fallito perché non è stato in grado di elaborare una linea chiara in nessuno dei grandi ambiti della politica nazionale, dall’economia alla politica estera. Il Partito Democratico non solo non ha un programma ma, peggio, sembra non avere un progetto. E in effetti è difficile che si riesca ad avere una progettualità rivolta al futuro se non si è ancora in grado di fare i conti con il proprio passato. Pier Luigi Bersani ha sostenuto che in un ipotetico Pantheon politico metterebbe Giovanni XXIII. Questo dà il senso dello smarrimento, e anche dell’assurdo del dibattito attuale. È banale quanto lecito domandarsi quale lezione abbia colto dalla propria storia un uomo che si è formato politicamente nel Partito Comunista che in quel periodo fu di Ingrao, di Amendola, soprattutto di Berlinguer e per quale ragione reputi necessario svincolarsi da quella storia con tanta superficiale noncuranza.
In Francia un Pantheon ce l’hanno sul serio e, in tutta la sua grandezza, nella sua magnificenza neoclassica, conserva le spoglie dei suoi Voltaire, Rousseau, Jaurès. Quel socialista, quell’umanista di Jaurès.
Per queste sparse ragioni e anche per una mia opposizione, diciamo, ontologica, all’esistenza stessa del Partito Democratico, su cui non mi dilungherò, ho capito che sostenere uno dei suoi candidati sarebbe, per me, o impossibile (nel caso specifico di Renzi) o uno sforzo troppo grande, almeno in questa prima fase. Non sempre, o quasi  mai, il cambiamento si fa davvero dall’interno.
Non sempre, o quasi mai, si vota sulla scia di considerazioni di réal-politique.

Oppure, Nichi Vendola.
Con molti dubbi, con il timore di un’altra delusione,
Ilaria

giovedì 7 giugno 2012

Tourbillon

" "Perche' non mi mostri quella Parigi," disse, "di cui hai scritto?" Una cosa ricordo: che al rammentare di quelle parole all'improvviso io capii l'impossibilita' di rivelar mai la Parigi ch'ero riuscito a conoscere, la Parigi degli arrondissements indefiniti, una Parigi che non e' mai esistita se non in virtu' della mia solitudine, della mia fame di lei. Che immensa Parigi! Ci vorrebbe una vita per esplorarla di nuovo. Questa Parigi, di cui io solo avevo la chiave, non si presta a un giro, nemmeno con le migliori intenzioni; e' una Parigi che bisogna vivere, che bisogna provare giorno per giorno in mille diverse forme di tortura, una Parigi che ti cresce dentro come un cancro, e cresce e cresce finche' non ti ha divorato. "

Henry Miller
Tropico del Cancro

lunedì 7 maggio 2012

Aux armes, citoyens...

Ieri sera Place de la Bastille era un oceano di teste e di bandiere. L'entusiasmo non riassume i sentimenti che animavano quello spazio enorme, quelle persone vocianti, quel miscuglio incredibile e festoso di generazioni: vecchi e giovani uniti, prima di tutto, da un sano ed invidiabile fervore politico e repubblicano. François Hollande, come è noto, è il nuovo Presidente di questa Francia che ha tanti motivi per essere orgogliosa di sé. E in quella piazza si respirava l'aria della storia. La Quinta Repubblica non è più così giovane, dal 1958 sono passati cinquantadue anni e le presidenze di destra sono state interrotte solo dal periodo Mitterand, iniziato nell'81 e finito nel '96. 
Il bisogno del cambiamento in una repubblica matura significa bisogno di alternanza, e deriva da quella coscienza politica che evita la formazione di incrostati,  corrotti sistemi di potere. E la coscienza politica dei cittadini va di pari passo con la serietà delle sue istituzioni, con la credibilità dei partiti e della classe politica. Sotto questi punti di vista la Francia non ha niente da rimproverarsi. 
Quando sono arrivata a settembre tutto doveva ancora iniziare, le primarie socialiste per la scelta del candidato presidente non c'erano ancora state ed un semestre sarebbe passato prima che Sarkozy  ufficializzasse la sua ricandidatura all'Eliseo, Marine Le Pen era cosa nota, ignoravo l'esistenza di Jean Luc Mélenchon. Seguivo i dibattiti politici sui quotidiani e su internet e mi sembrava che la politica francese fosse noiosa e morta, priva di passioni e ripiegata su poche questioni marginali. Una politica burocratica, degli amministratori grigi sfornati dalle Grandes Ecoles. 

Mi sbagliavo, e l'ho capito col tempo, per superficialità campanilistica e per la distorsione causata dall'aver vissuto in un periodo storico mediocre, vergognoso, la politica italiana, da sempre immagine di un eccezionalismo eterno, di una sorta di perenne stato di urgenza e di necessità; una politica aggressiva, movimentata, instabile. Tutto questo per me era sinonimo di interesse e mi illudevo che l'eterno caos della nostra penisola potesse essere prima o poi foriero di una qualche forma di seria di evoluzione e di cambiamento. Mi ostinavo, non avendo sperimentato altro, a non voler vedere il Gattopardo dietro repubbliche che da noi cambiano il nome ma non la forma, non la sostanza dei loro giochi di potere.

In questi mesi di campagna elettorale la politica francese mi ha davvero sconvolta. La sua bellezza sta nella sua onestà, nella chiarezza degli schieramenti politici, nelle Sinistre e nelle Destre capaci di riconoscersi in valori distinguibili; la sua grandezza sta nel rispetto che sottende il dibattito così che questo mai si trasforma in rissa sterile, animalesca, anche nelle prese di posizione più dure, anche nei discorsi più appassionati, nelle manifestazioni più indignate. La Repubblica, qui, è in grado di preservare se stessa dalle degenerazioni più estreme, dai pericoli derivanti soprattutto dai successi di un certo massimalismo di destra, incarnato dal Front National. I cittadini sono persone pensanti, critiche e rispettose, perfettamente in grado di distinguere i discorsi politici dal luogo comune. Dovrebbe far discutere  il fatto che il partito di Le Pen abbia ottenuto i risultati più bassi nelle città più grandi e a maggiore densità di immigrazione. Ma il discorso, ora, non è questo.

Ieri si festeggiava la vittoria di una sinistra laica, sociale ed europeista. E' stata la vittoria della normalità un pò pedante di Hollande, dei suoi continui richiami al bisogno di ritrovare un'unità e di condivisione, di coesione sociale e di rispetto della diversità, ma è stata anche una vittoria del Front de Gauche, una sinistra più radicale, critica, ma con la fortuna di aver individuato un leader come Mélenchon, capace di una  coerenza e lungimiranza tali da non poter che suscitare un immediato rispetto. 
La colonna della Bastiglia, ripresa già il Primo Maggio come secoli fa era stata conquistata la vecchia prigione della dissidenza all'Ancient Régime, ieri era invasa ed il simbolismo del gesto era emozionante. Devo aver provato una certa invidia a non poter partecipare del tutto della festa. E ogni sguardo a ciascuna di quelle migliaia di facce fiere, consapevoli, unite, causava in me come un magone per non aver mai potuto festeggiare niente, per non essere mai stata soddisfatta, orgogliosa del mio Stato, fiduciosa nei confronti della mia classe dirigente. Un'Italia persa immaginavo a sud, dove non è possibile riconoscersi in un progetto politico, ma dove anche sbiadisce e si corrode, per disillusione precoce, qualsiasi trasporto civile ed emotivo che forse è anche "un sogno, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita". 

E mentre io mi interrogavo su questo e l'altro mondo, mentre un signore mi regalava una bandiera del Front de Gauche che io cercavo di rifiutare ma che alla fine, felice, ho accettato, dall'altra parte della Senna, alla Mutualité, non c'era niente da festeggiare e Nicolas Sarkozy teneva il discorso della disfatta. L'ho ascoltato oggi, trovandolo di un'alta statura politica e di grande dignità. Sarkozy ha indossato il vestito migliore e a testa alta ha saputo assumersi  l'intera responsabilità di una sconfitta che non è stata un disastro, riconoscendo ad Hollande i suoi meriti, incitando a non perdere la fiducia nelle istituzioni, a continuare a credere nella Francia, nelle sue possibilità, a non cedere ad un controproducente odio di partito. E' stato un discorso patriottico e commovente sulla frase finale "vous etes la France éternelle", come commovente era stato il boato della Bastille al "nous ne sommes pas un Etat quelconque, nous sommes la France!" di Hollande. 
A Parigi vincenti e perdenti cantavano La Marseillaise. Mi domando quando troveremo il coraggio noi, laggiù, di prendere la nostra storia di petto, di chiarirla e di smentirne le revisioni, quando troveremo dei cardini in cui riconoscerci tutti, quando saremo anche noi uno Stato normale, quanti secoli ci vorranno per fare gli Italiani. Rifletto perché qui si capisce cosa sia una Nazione, si percepisce l'imponenza e la sacralità di uno Stato degno di dichiararsi tale e talmente orgoglioso da aver messo in piedi, per celebrarsi in eterno, l'unica chiesa laica del mondo, quel Pantheon dedicato "aux grands hommes la Patrie reconnaissante".
 E' per questa condivisione di valori di base, questa immortale religione repubblicana, che lo scontro mai si trasforma in guerra, che la democrazia non è indebolita né banalizzata da un pluralismo che pure esiste e non viene ucciso nemmeno da un sistema elettorale severo come il maggioritario a doppio turno. 

Una metà dei francesi francesi può festeggiare il progresso, altri possono piangere la sconfitta. Ma questo, qui, non significa  disperarsi; la delusione non diventa desolazione, quell'abbandonarsi al destino che noi italiani conosciamo bene, quando al di là degli uomini resta forte la fiducia nelle istituzioni che rappresentano.
La Repubblica, come una madre, veglia sulla storia; le sue parole le danno un fine, la riempiono di dignità. Chi non sarebbe fiero di un Paese così.



Ilaria


p.s. ci sarebbero da commentare le reazioni allucinanti della classe politica italiana ad i primi risultati delle amministrative. Non ho tempo, quindi mi limiterò  ad un riassunto che renda conto della mia incredulità e perplessità.
Il PDL, ad esempio, sta morendo, i suoi quadri dovrebbero dimettersi in massa; nessuno si assume la responsabilità di una disfatta evidente. Berlusconi, opportuno come sempre, è a Mosca a festeggiare l'ennesimo insediamento di Putin, non una parola di indignazione da parte di alcuno. 
Il PD sopravvive per inerzia e per non aver mai governato, ma a Palermo è stato battuto due volte: la prima durante le primarie, la seconda adesso; non capisco che conclusioni ne abbia tratto. 
Il centro non esiste, ed ancora non ho ascoltato un'autoanalisi.
Grillo avanza e si fa vivo in me un moto di repulsione. 
Si sprecano analogie infondate con la Grecia e con la Francia, come se fosse possibile comparare elezioni amministrative ad altre politiche e presidenziali. In Italia il dibattito è tutto un dissuadere l'opinione pubblica dai temi che bruciano. E' tutto un sopravvivere di una classe dirigente inadatta, culturalmente fragile, politicamente insignificante, moralmente ai limiti del raccapricciante.


martedì 24 aprile 2012

Mélenchon, la Présidentielle, Nomadi che cercano gli angoli della tranquillità e chi più ne ha...


Poco tempo fa mi è capitato un incontro interessante. Stavo seduta con Giulia sulle scale di Montmartre, come capita spesso nelle serate che iniziano al Rendez-vous des Amis e finiscono con lunghe chiacchierate, discorsi fiume, invettive varie e sfoghi più o meno seri sul corso della politica mondiale…
Dei poliziotti in borghese sono passati in macchina sul belvedere che si affaccia su Parigi, hanno fermato un ragazzo che andava contromano in motorino. Mi dico che questo poveraccio deve avere una sfortuna mortale: non avevo mai visto lì nessuno contromano, tantomeno contemporaneamente al passaggio di una volante. Ma tutto sommato è giusto che lo fermino, le infrazioni sono infrazioni. Solo che i poliziotti ci prendono gusto, tengono lì il ragazzo per una abbondante ventina di minuti. Lui se ne sta fermo, inquieto e a suo modo dignitoso, mentre gli altri aprono la sella, controllano i documenti, rovistano fra le sue cose, lo perquisiscono, lo accerchiano, gli fanno domande. E’ chiaro che oltre ad essere passato contromano non ha fatto niente. Però i poliziotti lo provocano e lui a un certo punto reagisce, alza la voce, gesticola. Parla un francese strano che indica che, lui, francese non è. Io gli vorrei legare le mani e tappare la bocca, dico, lasciali fare il loro lavoro, resisti un po’ in silenzio. Iniziano spintoni e qualche sberleffo, il ragazzo finisce faccia alla volante e schiena ai poliziotti. Il capo di turno sta lì, guarda, ogni tanto fa cenni e se ne rimane impettito nella sua porzione di potere. La serata sta passando anche oggi e c’è qualcosa da fare. Chissà cosa si prova a decidere della gente.


Intanto a noi si è avvicinato un ragazzo. Ci chiede un accendino e di dirgli cosa succede. Gli spiego la situazione, gli dico che secondo me stanno un po’ esagerando ma che tanto va così. Lui si siede, dice che è vero, che va così. Ha la faccia stanca e magra, di persona invecchiata presto nonostante i suoi ventitre anni. E gli occhi spalancati, vivaci e spaesati, in cerca di un senso a cui aggrapparsi,  tradiscono il sorriso accennato della bocca, malinconico e triste, come la postura un po’curva, tipica dell’incertezza e della timidezza. Ci chiede che cosa facciamo, glielo spieghiamo in breve, lui si complimenta, poi si lancia in un lungo discorso sulla sua vita, sulla voglia di andarsene, sull’impossibilità di vivere a Parigi, sull’assurdità di spostarsi nei quartieri ricchi per lavorare e tornarsene ogni sera dall’altra parte dalla città: dal sud ovest al nord est, nel  monolocale che costa uno stipendio, nonostante si trovi nella zona popolare degli ex quartieri operai e industriali. Dice che in Francia non c’è niente da fare, che lui sente sfuggirsi il futuro, ed emerge tra le righe la frustrazione per la segregazione che qui si vede e si vive, per la divisione tra quartieri separati come scompartimenti: guardare la rive gauche da lontano e saperla inarrivabile, inaccessibile come tutte le prime classi. Ci dice di approfittare di Parigi, di restarci e di farci dei soldi, perché qui i soldi ci sono, per poi spenderli “a casa vostra”, dove la vita costa di meno, dove le differenze sociali non sono ancora così marcate. Ha dell’Italia un’idea romanzata, glielo spiego senza approfondire. E poi se ne va. Gli domando se andrà a votare, lui risponde di no, che tanto non cambia niente, che tanto è tutto inutile e sono tutti uguali. Gli rispondo che non è vero e che se vuole che le cose cambino deve anche prendersi la responsabilità di fare un gesto, di esprimersi, che è già un modo per avere del  potere decisionale. Gli dico di guardarsi un po’ intorno, di vedere i candidati, di sentire cosa dicono e di provare a scegliere, perché è importante, scegliere, per non restare senza voce, per non lasciare che siano altri a farlo per noi. Ci pensa un attimo e mi dà ragione, ma chissà se ha votato davvero e poi per chi.

In questi giorni è tutta un’analisi del voto, un avvicendarsi di commenti su chi ha vinto e chi ha perso e come e perché. Io ripenso a quella faccia senza conforto e senza nome, senza riferimenti né fiducia  nel mondo. Quella faccia che una rappresentanza se la merita, quella faccia marginalizzata ed esclusa che nessuno si gira a guardare. E ripercorro con la mente i commenti sulla campagna elettorale ormai passata del primo turno, gli slogan sorpassati, le opinioni sui candidati.
 Su Mélenchon, in particolare, si è discusso,  si è fatta molta ironia. Si è parlato di populismo e di retorica; lo si è fatto passare spesso per una specie di pazzo fuori dalla storia; Hollande lo ha sottovalutato e un po’ deriso, il sarcasmo sul “phénomen de campagne” si sprecava. A Sciences Po, dove tutti la sanno lunga su tutto, Mélenchon si commentava come un animale strano. In almeno due corsi mi sono sentita dire: “ecco, contrariamente a quello che dice nel suo programma Mélenchon… “ Praticamente un estremista, ma anche un falsificatore della realtà. Ed è vero che i suoi discorsi sono sempre carichi di retorica, è vero che la sua critica è stata radicale, estrema.  E’ vero pure che parte del suo programma è irrealizzabile. Ma Mélenchon ha il grande merito di aver incentrato la campagna elettorale sui valori della Repubblica, tutti e tre, a partire da quell’Egalité messa da parte fino a rinnegarla, fino a dare per scontato che sia normale che esistano sempre più facce, come quelle del ragazzo di Montmartre, che nessuno si gira a guardare. E soprattutto ha avuto il merito di mettere in piedi una critica forte, decisa, senza tentennamenti, ai valori incarnati da Le Pen. Laddove lei ha spinto al terrore di fronte alla diversità, alla caccia allo straniero, alla colpevolizzazione aprioristica dell’ “immigrato”, lui ha ricordato l’importanza del meticciato, ha proposto il diritto di cittadinanza per i nati sul suolo di Francia e ha indicato la necessità dell’integrazione come antidoto alle divisioni che creano rancori e violenze; laddove lei si è rinchiusa nelle mura della Francia, in un egoismo tipico dei nazionalismi, lui ha parlato per la gente della Grecia, dell’Italia, della Spagna, del Portogallo, in nome di una révolution civique et citoyenne.

Jean-Luc Mélenchon è stato attaccato soprattutto per le sue prese di posizione di fronte alla globalizzazione ed ai suoi effetti, ed ha spaventato per  il rigido egualitarismo delle sue convinzioni economiche e quindi delle sue proposte. Ed il timore che suscita è comprensibile, la storia ci insegna il pericolo delle degenerazioni agli estremi.  Il limite economico di Mélenchon è quello con cui si scontrano tutti i tentativi di mettere l’economia al servizio delle persone, è la manifestazione del dramma eterno di pensare il socialismo laddove il liberismo pare abbia vinto. E lui dovrebbe limare i suoi eccessi e ragionare realisticamente sul bisogno di conciliare libertà ed uguaglianza, su come, nella pratica della vita vera, mettere insieme la possibilità della realizzazione personale e il bisogno di garantire uno standard di vita accettabile per chi non ce l’ha fatta, o non ce l’ha potuta fare. E’ l’autoanalisi che dovrebbero mettere in atto tutte le sinistre europee.
Eppure mi domando come possa un discorso più incentrato sulla lotta allo strapotere dei mercati che sull’odio di classe, spaventare più di parole che nascondono, ma nemmeno troppo, il nazionalismo dietro i valori della patria, l’odio per il diverso dietro l’inno alla protezione del sangue della nazione. 
Il Front National di cui si canta la vittoria e che solo oggi fa paura sul serio, come è facile fare allarmismo una volta che i risultati del voto sono noti, è stato sottovalutato per anni, e mai attaccato direttamente nemmeno in questa campagna elettorale. Anzi, a destra in qualche modo si è seguita la sua scia, per cercare di attirarne l’elettorato. Non mi pare che qualcuno, al di là di Mélenchon, abbia colto la possibilità, che partiti per definizione moderati e di governo non hanno, di affrontare questa destra estrema di petto.

Ed è stato lui, molto più di Le Pen, ad essere oggetto di critiche e di attacchi, sia chiaro, legittimi, in questa campagna.
Come è facile fare a pezzi le utopie, che per definizione si astraggono dalla realtà, così sembra impossibile smontare discorsi che si appoggiano sull’umanità degli istinti delle persone, così è difficile contrapporre questioni di principio che, al cospetto del realismo estremizzato e della retorica della vita vera, passano per parole vuote, incapaci di dare risposte ad inquietudini e a timori che dei principi, nell’immediato, possono pure fare a meno.

Si dice che Marine Le Pen ha istituzionalizzato il suo partito, e in effetti lei è riuscita a normalizzarne il discorso e la propaganda, a vendere la sua immagine protettiva ed empatica laddove il padre mai era stato in grado di nascondere un estremismo che anche oggi è presente, ma che è meno visibile perché nascosto dietro una faccia di apparente buon senso. “Però tutto sommato non ha torto” è l’atteggiamento tipico rispetto ai discorsi di Le Pen, una reazione istintiva che nasce dai sentimenti immediati, quelli su cui lei basa il suo successo. Solo fermandosi un attimo a ragionare si svela, dietro il suo volto di madre, dietro la fierezza della donna che ce l’ha fatta, l’unione letale e pericolosissima di esaltazione dell’individuo e superpotenza dello Stato, che fa venire in mente senza che ci sia bisogno di una grande preparazione culturale, la retorica del fascismo ancora in incubazione dell’inizio del Novecento.
Il Front National, a giochi fatti, ha preso il 18 percento dei voti. E’ un successo che non si può negare. Ma il fatto che in una campagna elettorale il Front de Gauche sia passato dal 4 all’11, 7 deve spingere ad andare avanti sulla strada che questo partito si è dato, che è quella della lotta all’estremismo di destra prima ancora che al sistema così come è fatto.
La critica sterile e senza argomenti reali di Le Pen ad un establishment fatto da tutti all’infuori di lei, non è paragonabile allo stile di Mélenchon, che nell’idealismo del suo pensiero se ne sta con i piedi piantati per terra e sprona alla battaglia quotidiana per la giustizia sociale, riconoscendo però senza ricatti e senza remore la necessità che la sinistra tutta, pur non condividendone l’intero programma, sostenga Hollande al secondo turno. Questa è una presa di posizione seria, che indica un certo distacco dal personalismo e dal populismo di cui pure è stato accusato. 
Mélenchon non è un pazzo, è l’esponente di una sinistra che si interroga tra limiti e difficoltà su come rispondere alla crisi, senza appiattirsi su posizioni conclamate e maggioritarie e senza voltare le spalle ai lavoratori. Non so se tra quell’11, 7 percento di francesi qualcuno, in assenza della sua candidatura, avrebbe votato Le Pen. Qualunque sia la risposta, niente può togliere a quest’uomo venuto da Tangeri il merito di essersi contrapposto direttamente ad una destra lasciata per troppo tempo indisturbata, svelandone le incoerenze e le mistificazioni, contrapponendo ai sorrisi bonari e ingannevoli, una faccia scavata, segnata dalle rughe, percorsa dalla vita.

Ilaria, molto meditabonda, molto perplessa, molto boh.

p.s.
Leggo con tristezza e con rabbia che i fascisti a Roma usano La Locomotiva di Francesco Guccini per i loro manifesti contro il 25 aprile.
Mi piacerebbe capire se, a loro parere, ad i repubblichini di Salò (che senza problemi ,né di coscienza né di interesse nazionale, hanno contribuito direttamente a stermini e persecuzioni  di massa che non sono solo responsabilità dei nazisti),  si adatti anche questa frase, tratta dalla stessa canzone:

“ma un’altra grande forza spiegava allora le sue ali
parole che dicevano gli uomini son tutti uguali”

Potreste farvi un’analisi di coscienza, se solo l’aveste.