martedì 30 aprile 2013
mercoledì 24 aprile 2013
Ventate di marxismo e ottimismo liberale
E' stata una giornata lunga. Diciamo pure che io ho deciso di allungarla ulteriormente andando ad assistere a un incontro con Fausto Bertinotti nell'aula più sindacalista della Facoltà d'Economia più neoclassica d'Italia. Una contraddizione in termini.
L'incontro, che doveva accendere un dibattito sui destini della sinistra dall'Università di Bologna all'Italia intera si è presto rivelato una lezione, a tratti un comizio. Il compagno Fausto, dal canto suo, è uomo di cultura e d'esperienza e sa farsi ascoltare. In pochi minuti, a seguito di una mesta domanda posta dal giovane mediatore al solo fine di spingerlo a parlare della situazione attuale, si è tolto gli occhiali troppe volte, se li è messi in mano, in testa, sulle sopracciglia in un equilibrio al limite estremo tra fisica e metafisica, poi li ha sbattuti sul tavolo, nemmeno fossero di gomma. E intanto ha sciorinato i più grandi nomi del pensiero politico del Novecento, colpendomi in pieno sul sentimento e mettendo a dura prova la mia parte razionale e critica.
E' difficile stare vigili di fronte a una retorica così ricca di cultura e intransigenza. Ci si sente conservatori nell'anima, reazionari vili e statici democristiani, in un miscuglio letale di autocommiserazione. Si è talmente presi dal discorso da perderne il senso a tratti senza mai distrarsi dall'ampiezza del respiro che lo muove e quel fascino subìto fa un po' perdere di lucidità. Poi sono tornata in me. E mi sono resa conto che tra tutti i temi che "Fausto" ha trattato ne mancava uno che per me è centrale, di cui dirò tra poco.
Benché il Nostro abbia attraversato di buona lena lo scibile politico tutto, dal nuovo movimentismo alla critica verso la classe politica, dal rovesciamento del conflitto di classe alla storia del PCI, dalle Costituzioni liberali a quelle democratiche passando per l'involuzione liberista della politica economica negli ultimi vent'anni, la sua argomentazione si è arenata su un punto, direi Il punto e cioè: Che fare?
E' la domanda più ricorrente e meno banale, quella che costringe pure i più grandi amanti dei voli pindarici a tornare coi piedi per terra e capire che bisogna pur dare sostanza alle proprie gloriose aspirazioni di giustizia e di progresso. La pecca del discorso di Bertinotti stava nell'aver evitato di delineare la parabola politica dell'Italia dal dopoguerra ad oggi, inserendola nel contesto della costruzione europea.
Il suo discorso, che muoveva da un'analisi dell'evoluzione della "Costituzione materiale" rispetto a quella "formale", con particolare riferimento ai temi del lavoro e della legittimazione del potere politico, si limitava ad una specie di comparazione tra il momento dell'approvazione della Costituzione del 1948 e la situazione politica attuale. Messa in questi termini e con il giudizio mediato non dalla storia ma dalla cronaca, è ovvio che ogni lettura diventa in breve tempo una critica morale, un confronto di valore tra la classe dirigente di allora e quella di oggi. Tale confronto è certo necessario, se non altro per rendersi conto dei picchi e degli abissi che possono raggiungere la ragione e la dignità umana; ma porre il problema in termini etici elimina la Storia dall'analisi e dunque, di fatto, impedisce di capire quali motivi (e dunque le responsabilità di chi) ci hanno portati dove siamo oggi.
Ora, Bertinotti si è fermato molto a dibattere del ruolo svolto dall' Unione Europea nell'acuire crisi già profonde in certi Paesi (Grecia e Italia in primis) e, in particolare, dell'assurdo di una sovranità monetaria che sovrasta la sovranità popolare. Parole vere e bellissime, ma che non spiegano come l'Unione Europea sia diventata ciò che è oggi. Il ruolo svolto dai suoi organi (e non solo) dal momento in cui si è iniziato a parlare di crisi del debito sovrano non è solo dettato dalla contingenza, ma soprattutto frutto di scelte politiche passate fatte dai governi dei paesi membri; in gran parte si è trattato di errori di miopia e sottovalutazione di ciò che l'unità economica avrebbe comportato e dell'importanza di un' unità politica che la controbilanciasse. Il Bertinotti che accusa l'UE di essere un cumulo di trattati è come se perdesse di vista che quei trattati li hanno siglati dei governi, ovvero degli Stati, ovvero degli uomini politici. In un certo senso, nel costruire l'Europa unita la politica ha abdicato al suo ruolo: nel tentativo di garantirsi una sovranità nazionale fittizia, ha finito per essere irrilevante sul piano che, nel mondo dei grandi potentati globali, determina gli altri, cioè quello mondiale. Il fallimento degli stati si trascina dietro il fallimento della politica nel senso che rispondere a mutamenti economici transnazionali con provvedimenti nazionali è o difficile o impossibile. Ma di spostare la sovranità ad uno Stato più alto non se n'è parlato ed oggi solo torna di moda il sogno dell'Europa federale, ma nemmeno troppo.
Insomma, mentre "Fausto" parlava della Troika e dei mercati e del cinismo della finanza io mi sono chiesta tra quanto tempo una sinistra incerta e pure nostalgica di certi internazionalismi d'antan, riprenderà un discorso internazionalista sul serio. Quando, cioè, capirà che per difendere il lavoro in Italia non bastano misure microscopiche elaborate ad hoc per rispondere a certe esigenze ma serve un discorso più ampio che includa la difesa del lavoro anche altrove, che arrivi almeno all'Europa attraverso un dialogo serrato con le sinistre degli altri Paesi e che allora, in modo unitario, potrà incidere davvero sulle decisioni politiche. Per fare questo bisognerà rinunciare al sempre ripudiato e mai sopito nazionalismo.
Bertinotti diceva che lo Stato Sociale figlio delle costituzioni del dopoguerra era un compromesso tra capitale e classi lavoratrici. Oggi quel dialogo non esiste, sostituito com'è da una costrizione che si esercita attraverso imposizioni apparentemente tecniche e invece orientate politicamente in difesa dei grandi interessi economici. Posso condividere e aggiungerei, però, che ciò è dovuto al fatto che ai livelli a cui il "capitale", per usare il suo lessico, opera, questo non ha interlocutori né oppositori e dunque monopolizza il potere. Se le forze progressiste si uniranno, però, e spingeranno nel senso di un'Europa largamente democratica e federale, credo che allora i rapporti di potere potranno essere diversi e l'opera dei governi potrà smettere di essere "octroyée", la democrazia potrà smettere di essere liberamente interpretata in senso più o meno paternalista e la difesa degli interessi dei cittadini, soprattutto dei lavoratori, potrà ricominciare ad avere un senso e un seguito in termini di azioni pratiche.
E' sempre emozionante inneggiare alla pacifica fusione di tutti i movimenti di protesta, invocare i barbari di cui Marcuse parlava nel Sessantotto, spingere a una ricostruzione della politica come vita quotidiana, come impegno di tutti i giorni e come scelta. Ma accanto a questo deve innescarsi, credo, un discorso più ampio che abbracci l'orizzonte nel quale ci muoviamo, questo vecchio continente di nuovo azzoppato, ovvero l'Europa.
In alternativa possiamo lamentarci del decisionismo illegittimo della BCE e sentirci molto puri.
Ilaria
L'incontro, che doveva accendere un dibattito sui destini della sinistra dall'Università di Bologna all'Italia intera si è presto rivelato una lezione, a tratti un comizio. Il compagno Fausto, dal canto suo, è uomo di cultura e d'esperienza e sa farsi ascoltare. In pochi minuti, a seguito di una mesta domanda posta dal giovane mediatore al solo fine di spingerlo a parlare della situazione attuale, si è tolto gli occhiali troppe volte, se li è messi in mano, in testa, sulle sopracciglia in un equilibrio al limite estremo tra fisica e metafisica, poi li ha sbattuti sul tavolo, nemmeno fossero di gomma. E intanto ha sciorinato i più grandi nomi del pensiero politico del Novecento, colpendomi in pieno sul sentimento e mettendo a dura prova la mia parte razionale e critica.
E' difficile stare vigili di fronte a una retorica così ricca di cultura e intransigenza. Ci si sente conservatori nell'anima, reazionari vili e statici democristiani, in un miscuglio letale di autocommiserazione. Si è talmente presi dal discorso da perderne il senso a tratti senza mai distrarsi dall'ampiezza del respiro che lo muove e quel fascino subìto fa un po' perdere di lucidità. Poi sono tornata in me. E mi sono resa conto che tra tutti i temi che "Fausto" ha trattato ne mancava uno che per me è centrale, di cui dirò tra poco.
Benché il Nostro abbia attraversato di buona lena lo scibile politico tutto, dal nuovo movimentismo alla critica verso la classe politica, dal rovesciamento del conflitto di classe alla storia del PCI, dalle Costituzioni liberali a quelle democratiche passando per l'involuzione liberista della politica economica negli ultimi vent'anni, la sua argomentazione si è arenata su un punto, direi Il punto e cioè: Che fare?
E' la domanda più ricorrente e meno banale, quella che costringe pure i più grandi amanti dei voli pindarici a tornare coi piedi per terra e capire che bisogna pur dare sostanza alle proprie gloriose aspirazioni di giustizia e di progresso. La pecca del discorso di Bertinotti stava nell'aver evitato di delineare la parabola politica dell'Italia dal dopoguerra ad oggi, inserendola nel contesto della costruzione europea.
Il suo discorso, che muoveva da un'analisi dell'evoluzione della "Costituzione materiale" rispetto a quella "formale", con particolare riferimento ai temi del lavoro e della legittimazione del potere politico, si limitava ad una specie di comparazione tra il momento dell'approvazione della Costituzione del 1948 e la situazione politica attuale. Messa in questi termini e con il giudizio mediato non dalla storia ma dalla cronaca, è ovvio che ogni lettura diventa in breve tempo una critica morale, un confronto di valore tra la classe dirigente di allora e quella di oggi. Tale confronto è certo necessario, se non altro per rendersi conto dei picchi e degli abissi che possono raggiungere la ragione e la dignità umana; ma porre il problema in termini etici elimina la Storia dall'analisi e dunque, di fatto, impedisce di capire quali motivi (e dunque le responsabilità di chi) ci hanno portati dove siamo oggi.
Ora, Bertinotti si è fermato molto a dibattere del ruolo svolto dall' Unione Europea nell'acuire crisi già profonde in certi Paesi (Grecia e Italia in primis) e, in particolare, dell'assurdo di una sovranità monetaria che sovrasta la sovranità popolare. Parole vere e bellissime, ma che non spiegano come l'Unione Europea sia diventata ciò che è oggi. Il ruolo svolto dai suoi organi (e non solo) dal momento in cui si è iniziato a parlare di crisi del debito sovrano non è solo dettato dalla contingenza, ma soprattutto frutto di scelte politiche passate fatte dai governi dei paesi membri; in gran parte si è trattato di errori di miopia e sottovalutazione di ciò che l'unità economica avrebbe comportato e dell'importanza di un' unità politica che la controbilanciasse. Il Bertinotti che accusa l'UE di essere un cumulo di trattati è come se perdesse di vista che quei trattati li hanno siglati dei governi, ovvero degli Stati, ovvero degli uomini politici. In un certo senso, nel costruire l'Europa unita la politica ha abdicato al suo ruolo: nel tentativo di garantirsi una sovranità nazionale fittizia, ha finito per essere irrilevante sul piano che, nel mondo dei grandi potentati globali, determina gli altri, cioè quello mondiale. Il fallimento degli stati si trascina dietro il fallimento della politica nel senso che rispondere a mutamenti economici transnazionali con provvedimenti nazionali è o difficile o impossibile. Ma di spostare la sovranità ad uno Stato più alto non se n'è parlato ed oggi solo torna di moda il sogno dell'Europa federale, ma nemmeno troppo.
Insomma, mentre "Fausto" parlava della Troika e dei mercati e del cinismo della finanza io mi sono chiesta tra quanto tempo una sinistra incerta e pure nostalgica di certi internazionalismi d'antan, riprenderà un discorso internazionalista sul serio. Quando, cioè, capirà che per difendere il lavoro in Italia non bastano misure microscopiche elaborate ad hoc per rispondere a certe esigenze ma serve un discorso più ampio che includa la difesa del lavoro anche altrove, che arrivi almeno all'Europa attraverso un dialogo serrato con le sinistre degli altri Paesi e che allora, in modo unitario, potrà incidere davvero sulle decisioni politiche. Per fare questo bisognerà rinunciare al sempre ripudiato e mai sopito nazionalismo.
Bertinotti diceva che lo Stato Sociale figlio delle costituzioni del dopoguerra era un compromesso tra capitale e classi lavoratrici. Oggi quel dialogo non esiste, sostituito com'è da una costrizione che si esercita attraverso imposizioni apparentemente tecniche e invece orientate politicamente in difesa dei grandi interessi economici. Posso condividere e aggiungerei, però, che ciò è dovuto al fatto che ai livelli a cui il "capitale", per usare il suo lessico, opera, questo non ha interlocutori né oppositori e dunque monopolizza il potere. Se le forze progressiste si uniranno, però, e spingeranno nel senso di un'Europa largamente democratica e federale, credo che allora i rapporti di potere potranno essere diversi e l'opera dei governi potrà smettere di essere "octroyée", la democrazia potrà smettere di essere liberamente interpretata in senso più o meno paternalista e la difesa degli interessi dei cittadini, soprattutto dei lavoratori, potrà ricominciare ad avere un senso e un seguito in termini di azioni pratiche.
E' sempre emozionante inneggiare alla pacifica fusione di tutti i movimenti di protesta, invocare i barbari di cui Marcuse parlava nel Sessantotto, spingere a una ricostruzione della politica come vita quotidiana, come impegno di tutti i giorni e come scelta. Ma accanto a questo deve innescarsi, credo, un discorso più ampio che abbracci l'orizzonte nel quale ci muoviamo, questo vecchio continente di nuovo azzoppato, ovvero l'Europa.
In alternativa possiamo lamentarci del decisionismo illegittimo della BCE e sentirci molto puri.
Ilaria
sabato 20 aprile 2013
Comiche all'italiana o della tragicità della politica
L’elezione del Capo dello
Stato è il momento più alto e solenne della vita repubblicana, ed in
questi giorni si è trasformato nell’ennesimo teatrino dell’assurdo, o del
grottesco .
Sono tornati alla ribalta
i fantasmi più grigi della peggiore Seconda Repubblica e i metodi più loschi
della Prima, i più invertebrati arrampicatori sociali e i più andreottiani dei
redivivi democristiani, establishment
reazionario, cinici d’alemiani ed
ipocriti separatisti, nani e ballerine; tutti uniti dall’istinto di
autoconservazione di una classe politica di inetti, di ignoranti, nascosto
sotto il sostantivo più altisonante e sbeffeggiato: la Responsabilità.
Non sanno loro, questi uomini
piccoli, che la Responsabilità è quella di Tocqueville, di Kant, di Panagulis: la responsabilità di rispondere ai propri
doveri, dettati sempre da una morale disinteressata, universale e autonoma; la
responsabilità di fornire giustificazioni al proprio agire libero,
indipendente, intellegibile; la responsabilità di prendere posizione, delle
scelte di cui si porta il peso, come una croce, a testa alta.
Li guardo sfilare uno dopo l’altro e li
ascolto esprimersi nel loro modo banale, con frasi piatte, insensate, piene di
metafore quanto prive di subordinate, come se le immagini che evocano
servissero a riempire il vuoto miserabile dei contenuti, a nascondere ancora
l’irrazionalità delle loro scelte.
Ha sbagliato Giorgio
Napolitano ad accettare di farsi rigettare nella mischia di una politica sorda
ai problemi della gente e sempre pronta a rifugiarsi nella sua autoreferenzialità,
nel realismo apparente che è solo incapacità di decidere. Mi chiedo quale
sentimento o quale logica l’abbia mosso, al di là della convinzione, figlia di
una lettura di questa fase storica che non mi sento in alcun modo di
condividere, della necessità di un nuovo compromesso storico, l’incubo dell’esacerbarsi
di una crisi sociale che però proprio questa classe politica, la sua
mediocrità, le sue scelte scellerate stanno contribuendo a fomentare. Profezie che si autoavverano.
La democrazia è altro dai
simposi di saggi rinchiusi a tessere le trame di un futuro migliore secondo la
loro apparente oggettività e sommessa ideologia; altro dai governi tecnici a
tempo indeterminato; altro, soprattutto dall’unanimità che nasconde il
compromesso, il baratto, la collusione. E’ il senso della democrazia come
chiarezza delle procedure – quella di un certo Bobbio - che in questi giorni
stiamo smarrendo mentre ci arrotiamo in dinamiche tragicamente decisioniste e
paternalistiche. Ed ecco l'apice della crisi.
Ed è quando la politica
diventa autistica che un periodo di
crisi, che dunque per sua stessa natura
poteva essere di apertura, di rinnovamento, di progresso si trasforma
nell’ennesima fase di conservazione. Ma l’Italia fuori dal Palazzo, a pochi
metri dal grande Transatlantico di cui parlano con una certa vezzosa tenerezza
i giornalisti borghesi, è una pentola a pressione, dove pure i più fedeli
giovani democratici occupano le sezioni e forse si ricordano di Gramsci, di
Contessa, della retorica pomposa ma autentica delle anime belle, tanto
necessarie e tanto vilipese da certi Massimo D’Alema.
L’Italia transennata
fuori da Piazza Montecitorio aspetta indolente e rabbiosa insieme, ed ha la
faccia pensionati, dei commercianti, degli operai, dei trentenni in eterna
attesa, della generazione dei miei ventenni perduti, che vanno a piangere tra le braccia di un comico,
cercando una risposta al loro sdegno nell’ennesimo imbonitore lasciato indisturbato
a prendersi cura della disperazione dei poveracci e dei disillusi che sono
sempre di più, che siamo tutti noi.
Ilaria
venerdì 23 novembre 2012
Oppure… due righe sulle primarie
C’è molto poco che io mi senta davvero di condividere del modo in cui sono
state organizzate queste primarie del centrosinistra e nemmeno ne apprezzo particolarmente il valore. Mi è parso che troppo
fosse abbozzato, nelle regole e soprattutto nei contenuti, al punto che per
lungo tempo mi è sembrato si trattasse solo di una sorta di congresso popolare,
di una resa dei conti misera all’interno del PD. Figli yuppies, padri
che furon sessantottini e in mezzo una donna, Laura Puppato, tanto in gamba
quanto sola.
Nadia Urbinati ha ragione quando sostiene che le primarie sono lo
strumento per antonomasia in grado di svuotare la politica di senso, poiché la
riducono come nient’altro a una questione di comunicazione e di audience,
mettendo in secondo piano la parte attiva della partecipazione politica che è la
caratteristica principale di una cittadinanza autenticamente consapevole, oltre
che libera.
Ma allora perché andare a votare, nonostante lo spaesamento, nonostante
anche la frustrazione?
La mia sensazione è che il prezzo dell’astensionismo in quest'occasione storica sarebbe troppo alto.
"La corsa dei migliori verso la politica è un fenomeno che si produce quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze d' una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere ad un estremo pericolo", scriveva Giame Pintor. E questo è uno di quei momenti, che forze politiche che si definiscano di sinistra e progressiste non possono perdere l’occasione di cogliere. E in momenti così non si può non assumersi la responsabilità di scegliere. Astenersi per sentirsi al di sopra delle parti, per preservare la propria purezza, oggi non ha senso. E’ sporcandosi le mani con la realtà che si dà la propria impronta alle cose e, anche, che si acquisisce il diritto di criticarle. Le elezioni di marzo indicheranno la strada che questo piccolo Paese percorrerà nei prossimi decenni e le scelte da prendere sono tante. La sinistra ha davanti a sé la sfida di ridefinire non solo un programma di politiche pubbliche, ma i contenuti stessi del suo sistema di pensiero di riferimento.
Si tratta, cioè, di ridare senso ai temi, peso alle parole che hanno caratterizzato la sinistra fino agli anni ottanta e che sono state, poi, progressivamente abbandonate sulla scia di una globalizzazione che nel mondo cosiddetto sviluppato sembrava promettere infinito progresso e ricchezza e, in fine, rinnegate quando il crollo del blocco sovietico ha rivelato a un mondo già consapevole ma cieco i drammi del socialismo reale.
La mia sensazione è che il prezzo dell’astensionismo in quest'occasione storica sarebbe troppo alto.
"La corsa dei migliori verso la politica è un fenomeno che si produce quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze d' una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere ad un estremo pericolo", scriveva Giame Pintor. E questo è uno di quei momenti, che forze politiche che si definiscano di sinistra e progressiste non possono perdere l’occasione di cogliere. E in momenti così non si può non assumersi la responsabilità di scegliere. Astenersi per sentirsi al di sopra delle parti, per preservare la propria purezza, oggi non ha senso. E’ sporcandosi le mani con la realtà che si dà la propria impronta alle cose e, anche, che si acquisisce il diritto di criticarle. Le elezioni di marzo indicheranno la strada che questo piccolo Paese percorrerà nei prossimi decenni e le scelte da prendere sono tante. La sinistra ha davanti a sé la sfida di ridefinire non solo un programma di politiche pubbliche, ma i contenuti stessi del suo sistema di pensiero di riferimento.
Si tratta, cioè, di ridare senso ai temi, peso alle parole che hanno caratterizzato la sinistra fino agli anni ottanta e che sono state, poi, progressivamente abbandonate sulla scia di una globalizzazione che nel mondo cosiddetto sviluppato sembrava promettere infinito progresso e ricchezza e, in fine, rinnegate quando il crollo del blocco sovietico ha rivelato a un mondo già consapevole ma cieco i drammi del socialismo reale.
La storia dei nostri giorni, però, costringe tutti coloro che ancora hanno
gli occhi per vedere a porsi forti dubbi sul senso di uno sviluppo fondato sulla
cultura dell’individualismo, dell’egoismo, della corsa alla ricchezza. La crisi
ci obbliga a porci il problema delle pari opportunità (senza le quali, per
inciso, non ha neppure senso parlare di meritocrazia), delle disuguaglianze,
della giustizia sociale, se non per un personale istinto filantropico, almeno
perché bisognerebbe tener presente che l’aumento eccessivo delle disuguaglianze
sociali rischia di mettere in discussione lo stesso modello democratico.
Scrivere “rischia” è già tardivo, perché non è più da pochi giorni che le
estreme destre, con la loro buona dose di nazionalismo e di razzismo hanno
ricominciato ad attirare consensi in Europa. E l’appiattimento delle sinistre
su posizioni sempre più centriste, lo scimmiottamento ventennale di teorie liberali
e liberiste ha avuto certamente un ruolo nel far sentire troppi cittadini
sempre più abbandonati e meno rappresentati. Ieri mia madre mi faceva notare,
ad esempio, che un contadino calabrese non capirebbe mai come iscriversi alle
primarie online, e che un partito che non si pone il problema di far votare un
contadino calabrese non è un partito di sinistra. Il suo pensiero non è
sbagliato né naif; anzi, coglieva il problema di fondo: l’abbandono di quelle
masse di cui pure si rinnega l’esistenza proprio da parte di chi dovrebbe
teoricamente rappresentarle. Se è vero che i connotati delle classi si
modificano costantemente è pure vero che le classi non hanno mai smesso di
esistere. La sinistra dovrebbe impegnarsi a conoscerla questa nuova società, al
di là di qualche azione di rappresentanza. Bisogna che si capisca chi sono i
nuovi soggetti che la formano, quali sono le loro necessità, quale la loro
dimensione esistenziale e in quale modo sia possibile rispondere ai loro
bisogni, al di là di qualche frase ad effetto e del sentimentalismo nostalgico
delle grandi occasioni. Quest’analisi non può prescindere dalla presa di
coscienza che i temi della subordinazione, dell’efficacia dei diritti per tutti, per
quanto abbiano assunto connotati nuovi e siano tristemente passati di moda,
devono tornare ad essere affrontati senza remore e senza paura. Altrimenti anche i temi dei doveri, delle responsabilità individuali, almeno altrettanto necessari, perdono completamente senso.
In questi anni su questo piano il Partito Democratico ha fallito, bloccato
dallo sterile dibattito al suo interno che si risolve sempre in una specie di
sfida alla lottizzazione tra correnti per la monopolizzazione della linea
politica; ha fallito perché ha voluto fingere di essere nato senza storia, di
essere di tutti finendo per essere di nessuno; ha fallito perché non è stato in
grado di elaborare una linea chiara in nessuno dei grandi ambiti della politica
nazionale, dall’economia alla politica estera. Il Partito Democratico non solo
non ha un programma ma, peggio, sembra non avere un progetto. E in effetti è difficile
che si riesca ad avere una progettualità rivolta al futuro se non si è ancora
in grado di fare i conti con il proprio passato. Pier Luigi Bersani ha
sostenuto che in un ipotetico Pantheon politico metterebbe Giovanni XXIII.
Questo dà il senso dello smarrimento, e anche dell’assurdo del dibattito attuale.
È banale quanto lecito domandarsi quale lezione abbia colto dalla propria
storia un uomo che si è formato politicamente nel Partito Comunista che in quel
periodo fu di Ingrao, di Amendola, soprattutto di Berlinguer e per quale
ragione reputi necessario svincolarsi da quella storia con tanta superficiale
noncuranza.
In Francia un Pantheon ce l’hanno sul serio e, in tutta la sua grandezza,
nella sua magnificenza neoclassica, conserva le spoglie dei suoi Voltaire,
Rousseau, Jaurès. Quel socialista, quell’umanista di Jaurès.
Per queste sparse ragioni e anche per una mia opposizione, diciamo,
ontologica, all’esistenza stessa del Partito Democratico, su cui non mi
dilungherò, ho capito che sostenere uno dei suoi candidati sarebbe, per me, o impossibile (nel caso specifico di Renzi) o uno
sforzo troppo grande, almeno in questa prima fase. Non sempre, o quasi mai, il cambiamento si fa davvero dall’interno.
Non sempre, o quasi mai, si vota sulla scia di considerazioni di réal-politique.
Non sempre, o quasi mai, si vota sulla scia di considerazioni di réal-politique.
Oppure, Nichi Vendola.
Con molti dubbi, con il timore di un’altra delusione,
Ilaria
Con molti dubbi, con il timore di un’altra delusione,
giovedì 7 giugno 2012
Tourbillon
" "Perche' non mi mostri quella Parigi," disse, "di cui hai scritto?" Una cosa ricordo: che al rammentare di quelle parole all'improvviso io capii l'impossibilita' di rivelar mai la Parigi ch'ero riuscito a conoscere, la Parigi degli arrondissements indefiniti, una Parigi che non e' mai esistita se non in virtu' della mia solitudine, della mia fame di lei. Che immensa Parigi! Ci vorrebbe una vita per esplorarla di nuovo. Questa Parigi, di cui io solo avevo la chiave, non si presta a un giro, nemmeno con le migliori intenzioni; e' una Parigi che bisogna vivere, che bisogna provare giorno per giorno in mille diverse forme di tortura, una Parigi che ti cresce dentro come un cancro, e cresce e cresce finche' non ti ha divorato. "
Henry Miller
Tropico del Cancro
lunedì 7 maggio 2012
Aux armes, citoyens...
Ieri sera Place de la Bastille era un oceano di teste e di bandiere. L'entusiasmo non riassume i sentimenti che animavano quello spazio enorme, quelle persone vocianti, quel miscuglio incredibile e festoso di generazioni: vecchi e giovani uniti, prima di tutto, da un sano ed invidiabile fervore politico e repubblicano. François Hollande, come è noto, è il nuovo Presidente di questa Francia che ha tanti motivi per essere orgogliosa di sé. E in quella piazza si respirava l'aria della storia. La Quinta Repubblica non è più così giovane, dal 1958 sono passati cinquantadue anni e le presidenze di destra sono state interrotte solo dal periodo Mitterand, iniziato nell'81 e finito nel '96.
Il bisogno del cambiamento in una repubblica matura significa bisogno di alternanza, e deriva da quella coscienza politica che evita la formazione di incrostati, corrotti sistemi di potere. E la coscienza politica dei cittadini va di pari passo con la serietà delle sue istituzioni, con la credibilità dei partiti e della classe politica. Sotto questi punti di vista la Francia non ha niente da rimproverarsi.
Quando sono arrivata a settembre tutto doveva ancora iniziare, le primarie socialiste per la scelta del candidato presidente non c'erano ancora state ed un semestre sarebbe passato prima che Sarkozy ufficializzasse la sua ricandidatura all'Eliseo, Marine Le Pen era cosa nota, ignoravo l'esistenza di Jean Luc Mélenchon. Seguivo i dibattiti politici sui quotidiani e su internet e mi sembrava che la politica francese fosse noiosa e morta, priva di passioni e ripiegata su poche questioni marginali. Una politica burocratica, degli amministratori grigi sfornati dalle Grandes Ecoles.
Mi sbagliavo, e l'ho capito col tempo, per superficialità campanilistica e per la distorsione causata dall'aver vissuto in un periodo storico mediocre, vergognoso, la politica italiana, da sempre immagine di un eccezionalismo eterno, di una sorta di perenne stato di urgenza e di necessità; una politica aggressiva, movimentata, instabile. Tutto questo per me era sinonimo di interesse e mi illudevo che l'eterno caos della nostra penisola potesse essere prima o poi foriero di una qualche forma di seria di evoluzione e di cambiamento. Mi ostinavo, non avendo sperimentato altro, a non voler vedere il Gattopardo dietro repubbliche che da noi cambiano il nome ma non la forma, non la sostanza dei loro giochi di potere.
In questi mesi di campagna elettorale la politica francese mi ha davvero sconvolta. La sua bellezza sta nella sua onestà, nella chiarezza degli schieramenti politici, nelle Sinistre e nelle Destre capaci di riconoscersi in valori distinguibili; la sua grandezza sta nel rispetto che sottende il dibattito così che questo mai si trasforma in rissa sterile, animalesca, anche nelle prese di posizione più dure, anche nei discorsi più appassionati, nelle manifestazioni più indignate. La Repubblica, qui, è in grado di preservare se stessa dalle degenerazioni più estreme, dai pericoli derivanti soprattutto dai successi di un certo massimalismo di destra, incarnato dal Front National. I cittadini sono persone pensanti, critiche e rispettose, perfettamente in grado di distinguere i discorsi politici dal luogo comune. Dovrebbe far discutere il fatto che il partito di Le Pen abbia ottenuto i risultati più bassi nelle città più grandi e a maggiore densità di immigrazione. Ma il discorso, ora, non è questo.
Ieri si festeggiava la vittoria di una sinistra laica, sociale ed europeista. E' stata la vittoria della normalità un pò pedante di Hollande, dei suoi continui richiami al bisogno di ritrovare un'unità e di condivisione, di coesione sociale e di rispetto della diversità, ma è stata anche una vittoria del Front de Gauche, una sinistra più radicale, critica, ma con la fortuna di aver individuato un leader come Mélenchon, capace di una coerenza e lungimiranza tali da non poter che suscitare un immediato rispetto.
La colonna della Bastiglia, ripresa già il Primo Maggio come secoli fa era stata conquistata la vecchia prigione della dissidenza all'Ancient Régime, ieri era invasa ed il simbolismo del gesto era emozionante. Devo aver provato una certa invidia a non poter partecipare del tutto della festa. E ogni sguardo a ciascuna di quelle migliaia di facce fiere, consapevoli, unite, causava in me come un magone per non aver mai potuto festeggiare niente, per non essere mai stata soddisfatta, orgogliosa del mio Stato, fiduciosa nei confronti della mia classe dirigente. Un'Italia persa immaginavo a sud, dove non è possibile riconoscersi in un progetto politico, ma dove anche sbiadisce e si corrode, per disillusione precoce, qualsiasi trasporto civile ed emotivo che forse è anche "un sogno, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita".
E mentre io mi interrogavo su questo e l'altro mondo, mentre un signore mi regalava una bandiera del Front de Gauche che io cercavo di rifiutare ma che alla fine, felice, ho accettato, dall'altra parte della Senna, alla Mutualité, non c'era niente da festeggiare e Nicolas Sarkozy teneva il discorso della disfatta. L'ho ascoltato oggi, trovandolo di un'alta statura politica e di grande dignità. Sarkozy ha indossato il vestito migliore e a testa alta ha saputo assumersi l'intera responsabilità di una sconfitta che non è stata un disastro, riconoscendo ad Hollande i suoi meriti, incitando a non perdere la fiducia nelle istituzioni, a continuare a credere nella Francia, nelle sue possibilità, a non cedere ad un controproducente odio di partito. E' stato un discorso patriottico e commovente sulla frase finale "vous etes la France éternelle", come commovente era stato il boato della Bastille al "nous ne sommes pas un Etat quelconque, nous sommes la France!" di Hollande.
A Parigi vincenti e perdenti cantavano La Marseillaise. Mi domando quando troveremo il coraggio noi, laggiù, di prendere la nostra storia di petto, di chiarirla e di smentirne le revisioni, quando troveremo dei cardini in cui riconoscerci tutti, quando saremo anche noi uno Stato normale, quanti secoli ci vorranno per fare gli Italiani. Rifletto perché qui si capisce cosa sia una Nazione, si percepisce l'imponenza e la sacralità di uno Stato degno di dichiararsi tale e talmente orgoglioso da aver messo in piedi, per celebrarsi in eterno, l'unica chiesa laica del mondo, quel Pantheon dedicato "aux grands hommes la Patrie reconnaissante".
E' per questa condivisione di valori di base, questa immortale religione repubblicana, che lo scontro mai si trasforma in guerra, che la democrazia non è indebolita né banalizzata da un pluralismo che pure esiste e non viene ucciso nemmeno da un sistema elettorale severo come il maggioritario a doppio turno.
Una metà dei francesi francesi può festeggiare il progresso, altri possono piangere la sconfitta. Ma questo, qui, non significa disperarsi; la delusione non diventa desolazione, quell'abbandonarsi al destino che noi italiani conosciamo bene, quando al di là degli uomini resta forte la fiducia nelle istituzioni che rappresentano.
La Repubblica, come una madre, veglia sulla storia; le sue parole le danno un fine, la riempiono di dignità. Chi non sarebbe fiero di un Paese così.
Ilaria
p.s. ci sarebbero da commentare le reazioni allucinanti della classe politica italiana ad i primi risultati delle amministrative. Non ho tempo, quindi mi limiterò ad un riassunto che renda conto della mia incredulità e perplessità.
Il PDL, ad esempio, sta morendo, i suoi quadri dovrebbero dimettersi in massa; nessuno si assume la responsabilità di una disfatta evidente. Berlusconi, opportuno come sempre, è a Mosca a festeggiare l'ennesimo insediamento di Putin, non una parola di indignazione da parte di alcuno.
Il PD sopravvive per inerzia e per non aver mai governato, ma a Palermo è stato battuto due volte: la prima durante le primarie, la seconda adesso; non capisco che conclusioni ne abbia tratto.
Il centro non esiste, ed ancora non ho ascoltato un'autoanalisi.
Grillo avanza e si fa vivo in me un moto di repulsione.
Si sprecano analogie infondate con la Grecia e con la Francia, come se fosse possibile comparare elezioni amministrative ad altre politiche e presidenziali. In Italia il dibattito è tutto un dissuadere l'opinione pubblica dai temi che bruciano. E' tutto un sopravvivere di una classe dirigente inadatta, culturalmente fragile, politicamente insignificante, moralmente ai limiti del raccapricciante.
martedì 24 aprile 2012
Mélenchon, la Présidentielle, Nomadi che cercano gli angoli della tranquillità e chi più ne ha...
Poco tempo fa mi è capitato un incontro
interessante. Stavo seduta con Giulia sulle scale di Montmartre, come capita
spesso nelle serate che iniziano al Rendez-vous des Amis e finiscono con lunghe
chiacchierate, discorsi fiume, invettive varie e sfoghi più o meno seri sul
corso della politica mondiale…
Dei poliziotti in borghese sono passati in
macchina sul belvedere che si affaccia su Parigi, hanno fermato un ragazzo che
andava contromano in motorino. Mi dico che questo poveraccio deve avere una
sfortuna mortale: non avevo mai visto lì nessuno contromano, tantomeno
contemporaneamente al passaggio di una volante. Ma tutto sommato è giusto che
lo fermino, le infrazioni sono infrazioni. Solo che i poliziotti ci prendono
gusto, tengono lì il ragazzo per una abbondante ventina di minuti. Lui se ne
sta fermo, inquieto e a suo modo dignitoso, mentre gli altri aprono la sella,
controllano i documenti, rovistano fra le sue cose, lo perquisiscono, lo accerchiano,
gli fanno domande. E’ chiaro che oltre ad essere passato contromano non ha
fatto niente. Però i poliziotti lo provocano e lui a un certo punto reagisce,
alza la voce, gesticola. Parla un francese strano che indica che, lui, francese
non è. Io gli vorrei legare le mani e tappare la bocca, dico, lasciali fare il
loro lavoro, resisti un po’ in silenzio. Iniziano spintoni e qualche sberleffo,
il ragazzo finisce faccia alla volante e schiena ai poliziotti. Il capo di
turno sta lì, guarda, ogni tanto fa cenni e se ne rimane impettito nella sua
porzione di potere. La serata sta passando anche oggi e c’è qualcosa da fare.
Chissà cosa si prova a decidere della gente.
Intanto a noi si è avvicinato un ragazzo. Ci
chiede un accendino e di dirgli cosa succede. Gli spiego la situazione, gli
dico che secondo me stanno un po’ esagerando ma che tanto va così. Lui si
siede, dice che è vero, che va così. Ha la faccia stanca e magra, di persona
invecchiata presto nonostante i suoi ventitre anni. E gli occhi spalancati,
vivaci e spaesati, in cerca di un senso a cui aggrapparsi, tradiscono il sorriso accennato della bocca,
malinconico e triste, come la postura un po’curva, tipica dell’incertezza e
della timidezza. Ci chiede che cosa facciamo, glielo spieghiamo in breve, lui
si complimenta, poi si lancia in un lungo discorso sulla sua vita, sulla voglia
di andarsene, sull’impossibilità di vivere a Parigi, sull’assurdità di spostarsi
nei quartieri ricchi per lavorare e tornarsene ogni sera dall’altra parte dalla
città: dal sud ovest al nord est, nel
monolocale che costa uno stipendio, nonostante si trovi nella zona popolare
degli ex quartieri operai e industriali. Dice che in Francia non c’è niente da
fare, che lui sente sfuggirsi il futuro, ed emerge tra le righe la frustrazione
per la segregazione che qui si vede e si vive, per la divisione tra quartieri
separati come scompartimenti: guardare la rive gauche da lontano e saperla
inarrivabile, inaccessibile come tutte le prime classi. Ci dice di approfittare
di Parigi, di restarci e di farci dei soldi, perché qui i soldi ci sono, per
poi spenderli “a casa vostra”, dove la vita costa di meno, dove le differenze
sociali non sono ancora così marcate. Ha dell’Italia un’idea romanzata, glielo
spiego senza approfondire. E poi se ne va. Gli domando se andrà a votare, lui
risponde di no, che tanto non cambia niente, che tanto è tutto inutile e sono
tutti uguali. Gli rispondo che non è vero e che se vuole che le cose cambino
deve anche prendersi la responsabilità di fare un gesto, di esprimersi, che è già
un modo per avere del potere
decisionale. Gli dico di guardarsi un po’ intorno, di vedere i candidati, di
sentire cosa dicono e di provare a scegliere, perché è importante, scegliere,
per non restare senza voce, per non lasciare che siano altri a farlo per noi.
Ci pensa un attimo e mi dà ragione, ma chissà se ha votato davvero e poi per
chi.
In questi giorni è tutta un’analisi del voto, un
avvicendarsi di commenti su chi ha vinto e chi ha perso e come e perché. Io
ripenso a quella faccia senza conforto e senza nome, senza riferimenti né
fiducia nel mondo. Quella faccia che una
rappresentanza se la merita, quella faccia marginalizzata ed esclusa che
nessuno si gira a guardare. E ripercorro con la mente i commenti sulla campagna
elettorale ormai passata del primo turno, gli slogan sorpassati, le opinioni
sui candidati.
Su
Mélenchon, in particolare, si è discusso,
si è fatta molta ironia. Si è parlato di populismo e di retorica; lo si
è fatto passare spesso per una specie di pazzo fuori dalla storia; Hollande lo
ha sottovalutato e un po’ deriso, il sarcasmo sul “phénomen de campagne” si sprecava. A Sciences Po, dove tutti la
sanno lunga su tutto, Mélenchon si commentava come un animale strano. In almeno
due corsi mi sono sentita dire: “ecco, contrariamente a quello che dice nel suo
programma Mélenchon… “ Praticamente un estremista, ma anche un falsificatore
della realtà. Ed è vero che i suoi discorsi sono sempre carichi di retorica, è
vero che la sua critica è stata radicale, estrema. E’ vero pure che parte del suo programma è
irrealizzabile. Ma Mélenchon ha il grande merito di aver incentrato la campagna
elettorale sui valori della Repubblica, tutti e tre, a partire da quell’Egalité
messa da parte fino a rinnegarla, fino a dare per scontato che sia normale che
esistano sempre più facce, come quelle del ragazzo di Montmartre, che nessuno
si gira a guardare. E soprattutto ha avuto il merito di mettere in piedi una
critica forte, decisa, senza tentennamenti, ai valori incarnati da Le Pen.
Laddove lei ha spinto al terrore di fronte alla diversità, alla caccia allo
straniero, alla colpevolizzazione aprioristica dell’ “immigrato”, lui ha
ricordato l’importanza del meticciato, ha proposto il diritto di cittadinanza
per i nati sul suolo di Francia e ha indicato la necessità dell’integrazione
come antidoto alle divisioni che creano rancori e violenze; laddove lei si è
rinchiusa nelle mura della Francia, in un egoismo tipico dei nazionalismi, lui ha
parlato per la gente della Grecia, dell’Italia, della Spagna, del Portogallo,
in nome di una révolution civique et
citoyenne.
Jean-Luc Mélenchon è stato attaccato soprattutto per le sue
prese di posizione di fronte alla globalizzazione ed ai suoi effetti, ed ha
spaventato per il rigido egualitarismo delle
sue convinzioni economiche e quindi delle sue proposte. Ed il timore che
suscita è comprensibile, la storia ci insegna il pericolo delle degenerazioni
agli estremi. Il limite economico di
Mélenchon è quello con cui si scontrano tutti i tentativi di mettere l’economia
al servizio delle persone, è la manifestazione del dramma eterno di pensare il
socialismo laddove il liberismo pare abbia vinto. E lui dovrebbe limare i suoi
eccessi e ragionare realisticamente sul bisogno di conciliare libertà ed
uguaglianza, su come, nella pratica della vita vera, mettere insieme la
possibilità della realizzazione personale e il bisogno di garantire uno
standard di vita accettabile per chi non ce l’ha fatta, o non ce l’ha potuta
fare. E’ l’autoanalisi che dovrebbero mettere in atto tutte le sinistre
europee.
Eppure mi domando come possa un discorso più
incentrato sulla lotta allo strapotere dei mercati che sull’odio di classe,
spaventare più di parole che nascondono, ma nemmeno troppo, il nazionalismo
dietro i valori della patria, l’odio per il diverso dietro l’inno alla
protezione del sangue della nazione.
Il Front National di cui si canta la vittoria e che solo oggi fa paura sul
serio, come è facile fare allarmismo una volta che i risultati del voto sono
noti, è stato sottovalutato per anni, e mai attaccato direttamente nemmeno in
questa campagna elettorale. Anzi, a destra in qualche modo si è seguita la sua
scia, per cercare di attirarne l’elettorato. Non mi pare che qualcuno, al di là
di Mélenchon, abbia colto la possibilità, che partiti per definizione moderati
e di governo non hanno, di affrontare questa destra estrema di petto.
Ed è stato lui, molto più di Le Pen, ad essere oggetto
di critiche e di attacchi, sia chiaro, legittimi, in questa campagna.
Come è facile fare a pezzi le utopie, che per
definizione si astraggono dalla realtà, così sembra impossibile smontare discorsi
che si appoggiano sull’umanità degli istinti delle persone, così è difficile
contrapporre questioni di principio che, al cospetto del realismo estremizzato e
della retorica della vita vera, passano per parole vuote, incapaci di dare
risposte ad inquietudini e a timori che dei principi, nell’immediato, possono
pure fare a meno.
Si dice che
Marine Le Pen ha istituzionalizzato il suo partito, e in effetti lei è riuscita
a normalizzarne il discorso e la propaganda, a vendere la sua immagine
protettiva ed empatica laddove il padre mai era stato in grado di nascondere un
estremismo che anche oggi è presente, ma che è meno visibile perché nascosto
dietro una faccia di apparente buon senso. “Però tutto sommato non ha torto” è
l’atteggiamento tipico rispetto ai discorsi di Le Pen, una reazione istintiva
che nasce dai sentimenti immediati, quelli su cui lei basa il suo successo. Solo
fermandosi un attimo a ragionare si svela, dietro il suo volto di madre, dietro
la fierezza della donna che ce l’ha fatta, l’unione letale e pericolosissima di
esaltazione dell’individuo e superpotenza dello Stato, che fa venire in mente
senza che ci sia bisogno di una grande preparazione culturale, la retorica del
fascismo ancora in incubazione dell’inizio del Novecento.
Il Front National, a giochi fatti, ha preso il 18
percento dei voti. E’ un successo che non si può negare. Ma il fatto che in una
campagna elettorale il Front de Gauche sia passato dal 4 all’11, 7 deve
spingere ad andare avanti sulla strada che questo partito si è dato, che è
quella della lotta all’estremismo di destra prima ancora che al sistema così
come è fatto.
La critica sterile e senza argomenti reali di Le
Pen ad un establishment fatto da tutti all’infuori di lei, non è paragonabile
allo stile di Mélenchon, che nell’idealismo del suo pensiero se ne sta con i
piedi piantati per terra e sprona alla battaglia quotidiana per la giustizia
sociale, riconoscendo però senza ricatti e senza remore la necessità che la
sinistra tutta, pur non condividendone l’intero programma, sostenga Hollande al secondo turno. Questa è una presa di posizione seria, che indica un certo distacco dal personalismo e dal populismo di cui pure è stato accusato.
Mélenchon non è un pazzo, è l’esponente di una
sinistra che si interroga tra limiti e difficoltà su come rispondere alla
crisi, senza appiattirsi su posizioni conclamate e maggioritarie e senza
voltare le spalle ai lavoratori. Non so se tra quell’11, 7 percento di francesi
qualcuno, in assenza della sua candidatura, avrebbe votato Le Pen. Qualunque
sia la risposta, niente può togliere a quest’uomo venuto da Tangeri il merito
di essersi contrapposto direttamente ad una destra lasciata per troppo tempo
indisturbata, svelandone le incoerenze e le mistificazioni, contrapponendo ai
sorrisi bonari e ingannevoli, una faccia scavata, segnata dalle rughe, percorsa
dalla vita.
Ilaria, molto meditabonda, molto perplessa, molto boh.
p.s.
Leggo con tristezza e con rabbia che i fascisti a
Roma usano La Locomotiva di Francesco Guccini per i loro manifesti contro il 25
aprile.
Mi
piacerebbe capire se, a loro parere, ad i repubblichini di Salò (che senza
problemi ,né di coscienza né di interesse nazionale, hanno contribuito
direttamente a stermini e persecuzioni di massa che non sono solo
responsabilità dei nazisti), si adatti
anche questa frase, tratta dalla stessa canzone:
“ma un’altra grande forza
spiegava allora le sue ali
parole che dicevano gli
uomini son tutti uguali”
Potreste farvi un’analisi di coscienza, se solo l’aveste.
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