lunedì 30 settembre 2013

La festa di SEL, il sogno su D'Alema e un lunedì di pioggia


Aprire gli occhi la mattina e sentirsi leggeri e pronti alla giornata non è così ovvio quando Bologna ti accoglie con uno di quei suoi cieli pesanti, grigi, inamovibili. Io oggi mi sono svegliata così, nonostante la pioggia leggera e perseverante che rende inutili i cappucci, gli ombrelli, e ti s’attacca addosso come una seconda pelle. Mi sono svegliata così, dicevo, dopo aver sognato D’Alema in persona tutto preso a spillare delle birre. D’Alema in persona che mi cazziava perché in una birra spillata da me c’era troppa schiuma, e la sottoscritta in persona che gli rispondeva, sorridente ma a tono, “ prenderei anche sul serio questo rimprovero se tu non fossi D’Alema!”. Non so, magari prendersela con D’Alema in sogno e ricordarselo al risveglio è uno di quei fattori che rendono sopportabili la sveglia, la pioggia e tutto il loro corollario di mestizia!

Così me ne sono andata da Maurizio, che è bar e barista, che in nessun modo riesce ad astenersi dall’immancabile consiglio sul cornetto “la pasta salata alla nutella è ottima eh… bada…”e ti mette jazz a prima mattina, ti accoglie nel suo mondo di legno vecchio e di giornali nuovi. Oggi mi tocca il Corriere, che apro al mio tavolino sotto il portico aspettando l’ottimo the al limone che in fondo è un normalissimo the grigio con del normalissimo limone un po’ a pezzi, un po’ spremuto: la specialità della casa. E insomma capita che mentre inizio a leggere l’istituzionalissimo e solitamente moderatissimo, ennesimo editoriale di De Bortoli, avventori al mio fianco dibattono di politica…

“Ah beh ma l’avete sentito Letta da Fazio?”
“E no, io non sapevo ci fosse già Che tempo che fa!”
“Ma perché, tu lo guardi? Con quelle domande lì… ma che significa chiedere Lei che ne pensa dell’epiteto diversamente berlusconiano ?? Ma che domanda è!”
“Hai ragione sai… Ma insomma il governo è caduto”
“No ancora no”
“Ma te dici che cade?”
“Mercoledì vanno a chiedere la fiducia là…”
“Mmm… Ma che poi se cade, cioè non si può fare un’altra cosa tecnica, tu dici che Monti non sarebbe di nuovo disponibile?”
“Ma va… Che poi che se ne vadan tutti, non mi importa.”

E così finì, con l’ultimo commento lapidario, con l’ultima sentenza. Mi alzo dal tavolo e me ne vado, pensando all’indignazione che mi avrebbe colta se avessi ascoltato quella conversazione quando ero un’arzilla diciottenne matricola di scienze politiche, convinta che di politica potessero parlare solo gli addetti ai lavori,  e a quanto oggi quel breve dibattito mi incuriosisca. Mi domando chi siano quelle persone, cosa facciano nella vita, che cosa aveva in mente la ragazza che auspicava un impensabile ritorno di Monti, e chi è l’altro, il disilluso? Chi hanno votato, cosa vogliono? Cosa domandano le persone? E proprio non so se sia stata l’Economia a rendermi più umile o se la placida benevolenza che accompagna i miei passi sia dovuta alla soddisfazione effimera per la risposta a tono al mio D’Alema immaginario. Arrivo a lezione e il tema del giorno è all’incirca riassumibile ne i poteri taumaturgici delle matrici varianze covarianze e mi rendo conto che l’econometria è bella, nonostante l’arida facciata di algebra lineare, nonostante i terribili software, nonostante pure una certa maniacalità teorica.

Insomma sono a lezione, in una giornata oggettivamente brutta, dopo aver ascoltato sconosciuti parlare di politica in un modo oggettivamente un po’ insensato. Fa pure freddo. E nulla mi tange. Dietro questo buonumore ci sarà l’ombra di D’Alema.
O forse è merito di Rob Brezney, autore dell’unico oroscopo al mondo che le persone non si vergognano di consultare. Sarà merito, dico, dei suoi mitici consigli della settimana scorsa, dei suoi compiti per tutti, dei suoi moniti saggi a tratti incomprensibili, sempre un filo catastrofisti ma che poi in fine prendi, se li prendi, un po’ come ti pare. E io stavolta – già – ho messo in pratica l’oroscopo.

E così in fondo è pure merito mio questo particolare buonumore, merito dell’autobus 19 preso dall’altra parte della città, merito di Viale Togliatti, merito della Festa di SEL, dove la musica è un’altra davvero. Sarà merito di un giorno e mezzo di sana e temprante manovalanza, della generosità che scopri in persone sconosciute fino ad un attimo prima, che ti aprono le porte con una naturalezza che in questo presente di corse e di spintoni sembra irreale. Persone che sono singoli e sono comunità e che a vederle così, con la curiosità del tuo sguardo esterno, ti sembrano venute da un posto lontano in cui la solidarietà, la collettività, l’unione di intenti, non sono parole vuote né vecchie ma vivono nelle braccia che sollevano sedie e tagliano cipolle, nei sorrisi che si allargano sulle facce stanche del fine serata, nel lavoro costante che sta dietro la festa e la sua leggerezza, nell’impegno quotidiano. Pochi gesti valgono la stima, valgono pure un ringraziamento per un’esperienza a sé, che in un attimo mi ha spalancato la mente e mi ha regalato un pensiero bello da aggiungere agli altri, quelli che fanno bene nei lunedì di pioggia.

Ilaria

domenica 26 maggio 2013

Silenzio Elettorale

“Questa è una città di persone miracolate e persone miracolose, e i più miracolosi sono gli amici del santo col tricolore, quelli unti dalla sua benedizione.”
 
dal racconto “I Pregati” in Rumore di Cicale 
di Emanuele Gaetano Forte (2013, edizioni Il Foglio)


Mentre mi metto a scrivere Emanuele presenta il suo libro di racconti a Latina, Claudio sta prendendo il regionale  Roma – Villa Literno, che non è un treno, è un’esperienza di vita; mia madre spalanca forse le finestre del salotto, Audrey come una sfinge fa da guardia al giardino in cui Fabrizio come sempre è all’opera e mio padre, più in là, chissà se ha messo su un pranzetto di vongole e cocci all’acqua pazza.  A Formia ci sono le elezioni comunali.

Insomma, è uno di quei momenti in cui la sensazione di stare nel posto sbagliato assurge al rango di certezza e consola questa nostalgia provinciale solo il sole inaspettato di Bologna, dove oggi votano per questioni di principio e di sinistra e dove pure la mia presenza serve a poco. Ma tant’è, faccio il mio dovere come sempre, sigaretta o penna nella mia destra, i  tetti rossi dei palazzi di fronte e fogli sterminati di matrici e improbabili sistemi di equazioni.

E penso a casa, che è vicinissima per post-modernità ferroviarie e lontana per mia scelta di studente(ssa) stakanovista. Penso alla carta copiativa delle schede elettorali e ai minuti che non passerò nella cabina, a guardare i simboli e poi scegliere con la mia X netta, dritta; al caffè che non ho preso con mia madre, alle chiacchiere, a cui non assisterò, di mio padre con avventori da seggio e rappresentanti di lista, di quelli che fanno della Pedemontana tema degno dei Massimi Sistemi. 

Uno a leggere queste righe forse riderà, ma chiunque sia nato in provincia e abbia quel poco di sensibilità necessaria conosce a memoria la narrativa romantica del vivere provinciale, di quell’esistenza a parte fatta di vicoli e santi patroni, e capisce bene l’attaccamento che ti lega a quelle città piccole e sconosciute, dove il racconto della storia arriva anestetizzato e in cui la storia sembra che non la si faccia mai, escluse guerre e unità nazionali. Ma se ci si discostasse da quest’interpretazione mediatica della realtà, in cui la risonanza di un evento ne determina l’importanza, si comprenderebbe meglio il valore della costruzione storica e politica come attività quotidiana, come evoluzione individuale all’interno di un processo collettivo. Per questo le elezioni comunali sono importanti, fondamentali, dico, ché il palazzo municipale è il primo contatto della gente con lo Stato ed è il luogo dove tanto si annidano arrivismi e favori quanto invece, se la gestione della cosa pubblica è in mano a persone consapevoli del loro ruolo, c’è davvero la possibilità di incidere sul modo di vivere della gente, di imporre magari una cultura della cittadinanza consapevole, se non attiva.

A Formia di lavoro da fare ce n’è tanto e i molti che si sono rimboccati le maniche in questo tempo sbandato lo sanno certo meglio di me, che in fondo sono più avvezza alle valige che alle case.

Formia è al limite di due regioni, spiaccicata dalle montagne sul mare, contraddittoria per sua natura di confine e per miste influenze culturali: l’accento di Napoli, l’orgoglio del sud e quel tanto di campanilismo che fa venir voglia di sentirsi Nord, o almeno Centro . Formia è un misto di malavita arrivata come un fiume carsico e di tostissime ottantenni scettiche sull’opportunità di fare la raccolta differenziata, di ragazzini in motorino e longevi opinionisti a fare da guardia ai tubi di fronte Piazza Vittoria e alla rotonda, al porto, al mare. E nonostante questo e nonostante la noia della provincia quante persone laggiù non hanno rinunciato ad un’intransigente resistenza culturale? Tra Enza e le sue rassegne letterarie e il piccolo mondo moderno dei teatri figli dei fieri anni settanta della provincia; tra jazz e artisti, fotografi e poeti e imprenditori locali; per mano e per voce dei ragazzi che non se ne sono andati, che lì fanno i banchetti la domenica, che lì fanno politica tutti i giorni, Formia è un posto che pullula di storia e di possibilità, tanto che in certi momenti romantici mi piace pensare che sia per uno qualche disegno di progresso che là è stato incarcerato Gramsci e che ancora lì hanno vissuto Pietro Nenni e Vittorio Foa.

Le elezioni di oggi in quella conca di burberi e di fatalisti possono voler dire tanto, in termini di un cambio di passo culturale che permetta a quella città di uscire dal pantano della gestione sciatta e autoreferenziale subita negli ultimi tempi. E mi sembra  positivo che ci siano tante liste e tanti candidati, pacchi di giovani intelligenti sparsi letteralmente a destra e a manca – ma più a manca... Mi pare il segnale che le persone abbiano ritrovato la voglia di prendere parte ad un processo di ricostruzione dell’amministrazione e perciò spero che queste facce pulite, a volte incazzate ma ben intenzionate, abbiano la meglio sui carnet di voti di tanti soliti noti.  

Così  mi dispiace non essere Giù, non essere a casa per una volta e questa malinconia elettorale ha un po’ a che fare col senso civico e molto con le cronache sentimentali, ovvero con la consapevolezza profonda che le distanze e la ricerca della mia strada e della mia libertà, non cancellano le origini, il sentimento di essere figlia di una terra che non è meno mia perché non la abito più e i cui destini per questo mi riguardano fortemente, come sempre.

Ilaria


p.s. pubblicità progresso per chi fosse interessato al libro, che è bellissimo, che ho citato sopra. http://www.ibs.it/code/9788876064128/forte-emanuele-g-/rumore-cicale.html

mercoledì 24 aprile 2013

Ventate di marxismo e ottimismo liberale

E' stata una giornata lunga. Diciamo pure che io ho deciso di allungarla ulteriormente andando ad assistere a un incontro con Fausto Bertinotti nell'aula più sindacalista della Facoltà d'Economia più neoclassica d'Italia. Una contraddizione in termini.

L'incontro, che doveva accendere un dibattito sui destini della sinistra dall'Università di Bologna all'Italia intera  si è presto rivelato una lezione, a tratti un comizio. Il compagno Fausto, dal canto suo, è uomo di cultura e d'esperienza e sa farsi ascoltare. In pochi minuti, a seguito di una mesta domanda posta dal giovane mediatore al solo fine di spingerlo a parlare della situazione attuale, si è tolto gli occhiali troppe volte, se li è messi in mano, in testa, sulle sopracciglia in un equilibrio al limite estremo tra fisica e metafisica, poi li ha sbattuti sul tavolo, nemmeno fossero di gomma. E intanto ha sciorinato i più grandi nomi del pensiero politico del Novecento, colpendomi in pieno sul sentimento e mettendo a dura prova la mia parte razionale e critica.

E' difficile stare vigili di fronte a una retorica così ricca di cultura e intransigenza. Ci si sente conservatori nell'anima, reazionari vili e statici democristiani, in un miscuglio letale di autocommiserazione. Si è talmente presi dal discorso da perderne il senso a tratti senza mai distrarsi dall'ampiezza del respiro che lo muove e quel fascino subìto fa un po' perdere di lucidità. Poi sono tornata in me. E mi sono resa conto che tra tutti i temi che "Fausto" ha trattato ne mancava uno che per me è centrale, di cui dirò tra poco.

Benché il Nostro abbia attraversato di buona lena lo scibile politico tutto, dal nuovo movimentismo alla critica verso la classe politica, dal rovesciamento del conflitto di classe alla storia del PCI, dalle Costituzioni liberali a quelle democratiche passando per l'involuzione liberista della politica economica negli ultimi vent'anni, la sua argomentazione si è arenata su un punto, direi Il punto e cioè: Che fare?

E' la domanda più ricorrente e meno banale, quella che costringe pure i più grandi amanti dei voli pindarici a tornare coi piedi per terra e capire che bisogna pur dare sostanza alle proprie gloriose aspirazioni di giustizia e di progresso. La pecca del discorso di Bertinotti stava  nell'aver evitato di delineare la parabola politica dell'Italia dal dopoguerra ad oggi, inserendola nel contesto della costruzione europea.

Il suo discorso, che muoveva da un'analisi dell'evoluzione della "Costituzione materiale" rispetto a quella "formale", con particolare riferimento ai temi del lavoro e della legittimazione del potere politico, si limitava ad una specie di comparazione tra il momento dell'approvazione della Costituzione del 1948 e la situazione politica attuale. Messa in questi termini e con il giudizio mediato non dalla storia ma dalla cronaca, è ovvio che ogni lettura diventa in breve tempo una critica morale, un confronto di valore tra la classe dirigente di allora e quella di oggi. Tale confronto è certo necessario, se non altro per rendersi conto dei picchi e degli abissi che possono raggiungere la ragione e la dignità umana; ma porre il problema in termini etici elimina la Storia dall'analisi e dunque, di fatto, impedisce di capire quali motivi (e dunque le responsabilità di chi) ci hanno portati dove siamo oggi.

Ora, Bertinotti si è fermato molto a dibattere del ruolo svolto dall' Unione Europea nell'acuire crisi già profonde in certi Paesi (Grecia e Italia in primis) e, in particolare, dell'assurdo di una sovranità monetaria che sovrasta la sovranità popolare. Parole vere e bellissime, ma che non spiegano come l'Unione Europea sia  diventata ciò che è oggi. Il ruolo svolto dai suoi organi (e non solo) dal momento in cui si è iniziato a parlare di crisi del debito sovrano non è solo dettato dalla contingenza, ma soprattutto frutto di scelte politiche passate fatte dai governi dei paesi membri; in gran parte si è trattato di errori di miopia e sottovalutazione di ciò che l'unità economica avrebbe comportato e dell'importanza di un' unità politica che la controbilanciasse. Il Bertinotti che accusa l'UE di essere un cumulo di trattati è come se perdesse di vista che quei trattati li hanno siglati dei governi, ovvero degli Stati, ovvero degli uomini politici.  In un certo senso, nel costruire l'Europa unita la politica ha abdicato al suo ruolo: nel tentativo di garantirsi una sovranità nazionale fittizia, ha finito per essere irrilevante sul piano che, nel mondo dei grandi potentati globali, determina gli altri, cioè quello mondiale. Il fallimento degli stati si trascina dietro il fallimento della politica nel senso che rispondere a mutamenti economici transnazionali con provvedimenti nazionali è o difficile o impossibile. Ma di spostare la sovranità ad uno Stato più alto non se n'è parlato ed oggi solo torna di moda il sogno dell'Europa federale, ma nemmeno troppo.

Insomma, mentre "Fausto" parlava della Troika e dei mercati e del cinismo della finanza io mi sono chiesta tra quanto tempo una sinistra incerta e pure nostalgica di certi internazionalismi d'antan, riprenderà un discorso internazionalista sul serio. Quando, cioè, capirà che per difendere il lavoro in Italia non bastano misure microscopiche elaborate ad hoc per rispondere a certe esigenze ma serve un discorso più ampio che includa la difesa del lavoro anche altrove, che arrivi almeno all'Europa attraverso un dialogo serrato con le sinistre degli altri Paesi e che allora, in modo unitario, potrà incidere davvero sulle decisioni politiche. Per fare questo bisognerà rinunciare al sempre ripudiato e mai sopito nazionalismo.

Bertinotti diceva che lo Stato Sociale figlio delle costituzioni del dopoguerra era un compromesso tra capitale e classi lavoratrici. Oggi quel dialogo non esiste, sostituito com'è da una costrizione che si esercita attraverso imposizioni apparentemente tecniche e invece orientate politicamente in difesa dei grandi interessi economici. Posso condividere e aggiungerei, però, che ciò è dovuto al fatto che ai livelli a cui il "capitale", per usare il suo lessico, opera, questo non ha interlocutori né oppositori e dunque monopolizza il potere. Se le forze progressiste si uniranno, però, e spingeranno nel senso di un'Europa largamente democratica e federale, credo che allora i rapporti di potere potranno essere diversi e l'opera dei governi potrà smettere di essere "octroyée", la democrazia potrà smettere di essere liberamente interpretata in senso più o meno paternalista e la difesa degli interessi dei cittadini, soprattutto dei lavoratori, potrà ricominciare ad avere un senso e un seguito in termini di azioni pratiche.

E' sempre emozionante inneggiare alla pacifica fusione di tutti i movimenti di protesta, invocare i barbari di cui Marcuse parlava nel Sessantotto, spingere a una ricostruzione della politica come vita quotidiana, come impegno di tutti i giorni e come scelta. Ma accanto a questo deve innescarsi, credo, un discorso più ampio che abbracci l'orizzonte nel quale ci muoviamo, questo vecchio continente di nuovo azzoppato, ovvero l'Europa.
In alternativa possiamo lamentarci del decisionismo illegittimo della BCE e sentirci molto puri.

Ilaria

sabato 20 aprile 2013

Comiche all'italiana o della tragicità della politica


L’elezione del Capo dello Stato è il momento più alto e solenne della vita repubblicana, ed in questi giorni si è trasformato nell’ennesimo teatrino dell’assurdo, o del grottesco .

Sono tornati alla ribalta i fantasmi più grigi della peggiore Seconda Repubblica e i metodi più loschi della Prima, i più invertebrati arrampicatori sociali e i più andreottiani dei redivivi democristiani,  establishment reazionario, cinici d’alemiani  ed ipocriti separatisti, nani e ballerine; tutti uniti dall’istinto di autoconservazione di una classe politica di inetti, di ignoranti, nascosto sotto il sostantivo più altisonante e sbeffeggiato: la Responsabilità.

Non sanno loro, questi uomini piccoli, che la Responsabilità è quella di Tocqueville, di Kant, di Panagulis:  la responsabilità di rispondere ai propri doveri, dettati sempre da una morale disinteressata, universale e autonoma; la responsabilità di fornire giustificazioni al proprio agire libero, indipendente, intellegibile; la responsabilità di prendere posizione, delle scelte di cui si porta il peso, come una croce, a testa alta.

Li guardo sfilare uno dopo l’altro e li ascolto esprimersi nel loro modo banale, con frasi piatte, insensate, piene di metafore quanto prive di subordinate, come se le immagini che evocano servissero a riempire il vuoto miserabile dei contenuti, a nascondere ancora l’irrazionalità delle loro scelte.

Ha sbagliato Giorgio Napolitano ad accettare di farsi rigettare nella mischia di una politica sorda ai problemi della gente e sempre pronta a rifugiarsi nella sua autoreferenzialità, nel realismo apparente che è solo incapacità di decidere. Mi chiedo quale sentimento o quale logica l’abbia mosso, al di là della convinzione, figlia di una lettura di questa fase storica che non mi sento in alcun modo di condividere, della necessità di un nuovo compromesso storico, l’incubo dell’esacerbarsi di una crisi sociale che però proprio questa classe politica, la sua mediocrità, le sue scelte scellerate stanno contribuendo a fomentare. Profezie che si autoavverano.

La democrazia è altro dai simposi di saggi rinchiusi a tessere le trame di un futuro migliore secondo la loro apparente oggettività e sommessa ideologia; altro dai governi tecnici a tempo indeterminato; altro, soprattutto dall’unanimità che nasconde il compromesso, il baratto, la collusione. E’ il senso della democrazia come chiarezza delle procedure – quella di un certo Bobbio - che in questi giorni stiamo smarrendo mentre ci arrotiamo in dinamiche tragicamente decisioniste e paternalistiche. Ed ecco l'apice della crisi.

Ed è quando la politica diventa autistica  che un periodo di crisi, che  dunque per sua stessa natura poteva essere di apertura, di rinnovamento, di progresso si trasforma nell’ennesima fase di conservazione. Ma l’Italia fuori dal Palazzo, a pochi metri dal grande Transatlantico di cui parlano con una certa vezzosa tenerezza i giornalisti borghesi, è una pentola a pressione, dove pure i più fedeli giovani democratici occupano le sezioni e forse si ricordano di Gramsci, di Contessa, della retorica pomposa ma autentica delle anime belle, tanto necessarie e tanto vilipese da certi Massimo D’Alema.

L’Italia transennata fuori da Piazza Montecitorio aspetta indolente e rabbiosa insieme, ed ha la faccia pensionati, dei commercianti, degli operai, dei trentenni in eterna attesa, della generazione dei miei ventenni perduti, che  vanno a piangere tra le braccia di un comico, cercando una risposta al loro sdegno nell’ennesimo imbonitore lasciato indisturbato a prendersi cura della disperazione dei poveracci e dei disillusi che sono sempre di più, che siamo tutti noi.

Ilaria

venerdì 23 novembre 2012

Oppure… due righe sulle primarie


C’è molto poco che io mi senta davvero di condividere del modo in cui sono state organizzate queste primarie del centrosinistra e nemmeno ne apprezzo particolarmente il valore. Mi è parso che troppo fosse abbozzato, nelle regole e soprattutto nei contenuti, al punto che per lungo tempo mi è sembrato si trattasse solo di una sorta di congresso popolare, di una resa dei conti  misera all’interno del PD. Figli yuppies, padri che furon sessantottini e in mezzo una donna, Laura Puppato, tanto in gamba quanto sola. 
Nadia Urbinati ha ragione quando sostiene che le primarie sono lo strumento per antonomasia in grado di svuotare la politica di senso, poiché la riducono come nient’altro a una questione di comunicazione e di audience, mettendo in secondo piano la parte attiva della partecipazione politica che è la caratteristica principale di una cittadinanza autenticamente consapevole, oltre che libera.
Ma allora perché andare a votare, nonostante lo spaesamento, nonostante anche la frustrazione?
La mia sensazione è che il prezzo dell’astensionismo in quest'occasione storica sarebbe troppo alto.
"La corsa dei migliori verso la politica è un fenomeno che si produce quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze d' una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere ad un estremo pericolo", scriveva Giame Pintor. E questo è uno di quei momenti, che forze politiche che si definiscano di sinistra e progressiste non possono perdere l’occasione di cogliere. E in momenti così non si può non assumersi la responsabilità di scegliere. Astenersi per sentirsi al di sopra delle parti, per preservare la propria purezza, oggi non ha senso. E’ sporcandosi le mani con la realtà che si dà la propria impronta alle cose e, anche, che si acquisisce il diritto di criticarle. Le elezioni di marzo indicheranno la strada che questo piccolo Paese percorrerà nei prossimi decenni e le scelte da prendere sono tante. La sinistra ha davanti a sé la sfida di ridefinire non solo un programma di politiche pubbliche, ma i contenuti stessi del suo sistema di pensiero di riferimento.
Si tratta, cioè, di ridare senso ai temi, peso alle parole che hanno caratterizzato la sinistra fino agli anni ottanta e che sono state, poi, progressivamente abbandonate sulla scia di una globalizzazione che nel mondo cosiddetto sviluppato sembrava promettere infinito progresso e ricchezza e, in fine, rinnegate quando il crollo del blocco sovietico ha rivelato a un mondo già consapevole ma cieco i drammi del socialismo reale.
La storia dei nostri giorni, però, costringe tutti coloro che ancora hanno gli occhi per vedere a porsi forti dubbi sul senso di uno sviluppo fondato sulla cultura dell’individualismo, dell’egoismo, della corsa alla ricchezza. La crisi ci obbliga a porci il problema delle pari opportunità (senza le quali, per inciso, non ha neppure senso parlare di meritocrazia), delle disuguaglianze, della giustizia sociale, se non per un personale istinto filantropico, almeno perché bisognerebbe tener presente che l’aumento eccessivo delle disuguaglianze sociali rischia di mettere in discussione lo stesso modello democratico.
Scrivere “rischia” è già tardivo, perché non è più da pochi giorni che le estreme destre, con la loro buona dose di nazionalismo e di razzismo hanno ricominciato ad attirare consensi in Europa. E l’appiattimento delle sinistre su posizioni sempre più centriste, lo scimmiottamento ventennale di teorie liberali e liberiste ha avuto certamente un ruolo nel far sentire troppi cittadini sempre più abbandonati e meno rappresentati. Ieri mia madre mi faceva notare, ad esempio, che un contadino calabrese non capirebbe mai come iscriversi alle primarie online, e che un partito che non si pone il problema di far votare un contadino calabrese non è un partito di sinistra. Il suo pensiero non è sbagliato né naif; anzi, coglieva il problema di fondo: l’abbandono di quelle masse di cui pure si rinnega l’esistenza proprio da parte di chi dovrebbe teoricamente rappresentarle. Se è vero che i connotati delle classi si modificano costantemente è pure vero che le classi non hanno mai smesso di esistere. La sinistra dovrebbe impegnarsi a conoscerla questa nuova società, al di là di qualche azione di rappresentanza. Bisogna che si capisca chi sono i nuovi soggetti che la formano, quali sono le loro necessità, quale la loro dimensione esistenziale e in quale modo sia possibile rispondere ai loro bisogni, al di là di qualche frase ad effetto e del sentimentalismo nostalgico delle grandi occasioni. Quest’analisi non può prescindere dalla presa di coscienza che i temi della subordinazione, dell’efficacia dei diritti per tutti, per quanto abbiano assunto connotati nuovi e siano tristemente passati di moda, devono tornare ad essere affrontati senza remore e senza paura. Altrimenti anche i temi dei doveri, delle responsabilità individuali, almeno altrettanto necessari, perdono completamente senso.
In questi anni su questo piano il Partito Democratico ha fallito, bloccato dallo sterile dibattito al suo interno che si risolve sempre in una specie di sfida alla lottizzazione tra correnti per la monopolizzazione della linea politica; ha fallito perché ha voluto fingere di essere nato senza storia, di essere di tutti finendo per essere di nessuno; ha fallito perché non è stato in grado di elaborare una linea chiara in nessuno dei grandi ambiti della politica nazionale, dall’economia alla politica estera. Il Partito Democratico non solo non ha un programma ma, peggio, sembra non avere un progetto. E in effetti è difficile che si riesca ad avere una progettualità rivolta al futuro se non si è ancora in grado di fare i conti con il proprio passato. Pier Luigi Bersani ha sostenuto che in un ipotetico Pantheon politico metterebbe Giovanni XXIII. Questo dà il senso dello smarrimento, e anche dell’assurdo del dibattito attuale. È banale quanto lecito domandarsi quale lezione abbia colto dalla propria storia un uomo che si è formato politicamente nel Partito Comunista che in quel periodo fu di Ingrao, di Amendola, soprattutto di Berlinguer e per quale ragione reputi necessario svincolarsi da quella storia con tanta superficiale noncuranza.
In Francia un Pantheon ce l’hanno sul serio e, in tutta la sua grandezza, nella sua magnificenza neoclassica, conserva le spoglie dei suoi Voltaire, Rousseau, Jaurès. Quel socialista, quell’umanista di Jaurès.
Per queste sparse ragioni e anche per una mia opposizione, diciamo, ontologica, all’esistenza stessa del Partito Democratico, su cui non mi dilungherò, ho capito che sostenere uno dei suoi candidati sarebbe, per me, o impossibile (nel caso specifico di Renzi) o uno sforzo troppo grande, almeno in questa prima fase. Non sempre, o quasi  mai, il cambiamento si fa davvero dall’interno.
Non sempre, o quasi mai, si vota sulla scia di considerazioni di réal-politique.

Oppure, Nichi Vendola.
Con molti dubbi, con il timore di un’altra delusione,
Ilaria

giovedì 7 giugno 2012

Tourbillon

" "Perche' non mi mostri quella Parigi," disse, "di cui hai scritto?" Una cosa ricordo: che al rammentare di quelle parole all'improvviso io capii l'impossibilita' di rivelar mai la Parigi ch'ero riuscito a conoscere, la Parigi degli arrondissements indefiniti, una Parigi che non e' mai esistita se non in virtu' della mia solitudine, della mia fame di lei. Che immensa Parigi! Ci vorrebbe una vita per esplorarla di nuovo. Questa Parigi, di cui io solo avevo la chiave, non si presta a un giro, nemmeno con le migliori intenzioni; e' una Parigi che bisogna vivere, che bisogna provare giorno per giorno in mille diverse forme di tortura, una Parigi che ti cresce dentro come un cancro, e cresce e cresce finche' non ti ha divorato. "

Henry Miller
Tropico del Cancro